CANBERRA - Le autorità australiane stanno seguendo gli spostamenti di Hodan Abby, l’ultima donna australiana nota legata allo Stato islamico a non essere rientrata dalla Siria, dopo la revoca dell’ordine temporaneo che le impediva di tornare nel Paese per ragioni di sicurezza nazionale.

Abby, originaria della zona occidentale di Sydney, si trova al centro di accuse gravi emerse da fonti di sicurezza e riportate da ABC. Nel campo di detenzione al-Roj, nel nord-est della Siria, avrebbe cercato di imporre l’abbigliamento islamico tradizionale, anche minacciando altre donne, e avrebbe organizzato matrimoni per telefono. È stata inoltre accusata di avere picchiato una schiava yazida comprata dal marito e violentata quando aveva nove o dieci anni.

Il ministro degli Interni Tony Burke ha detto che Abby potrebbe valutare con cautela un rientro in Australia, essenso a conoscenza della possibilità di poter essere arrestata all’arrivo. “Chiunque abbia deciso di andare a unirsi all’ISIS ha preso una decisione assolutamente orribile, e non abbiamo alcun interesse a fare qualcosa per aiutarli a tornare”, ha dichiarato ospite di ABC.

Burke ha precisato che gli ordini di esclusione temporanea non sono permanenti, ma collocano chi li riceve in una situazione diversa rispetto ad altri membri dello stesso gruppo. Le agenzie australiane, ha aggiunto, conoscono la posizione di Abby e la donna starebbe valutando le conseguenze delle proprie azioni prima di decidere se imbarcarsi su un volo per l’Australia.

Alcune donne legate allo Stato Islamico rientrate dal Medio Oriente sono state arrestate all’arrivo in aeroporto; altre sono state fermate successivamente, dopo la raccolta di ulteriori prove da parte della polizia. Il ministro ha indicato che lo stesso rischio potrebbe pesare sulla decisione di Abby.

Secondo ABC, nel campo al-Roj Abby sarebbe stata descritta da una fonte di sicurezza come una figura minacciosa, capace di esercitare influenza su altre detenute. La fonte l’ha indicata come una sorta di “giudice della Sharia”, sostenendo che avrebbe fatto rispettare regole religiose, distribuito denaro di beneficenza per ottenere lealtà e trasmesso ordini ricevuti da comandanti dello Stato Islamico a Idlib e a Jarabulus.

Tra gli episodi attribuiti alla donna vi sarebbe anche l’intimidazione di altre ospiti del campo tramite la consegna di un niqab e di un coltello lasciati fuori dalle tende: un messaggio implicito a indossare il velo nero imposto dall’ISIS.

Abby aveva ricevuto a febbraio un temporary exclusion order, poi revocato, e il mese scorso le è stato rilasciato un permesso di rientro. La decisione non equivale però a un via libera politico. Per Canberra, il punto resta la sicurezza interna.

Burke è stato poi chiamato a rispondere del caso di 13 australiani detenuti in Iraq per legami con lo Stato Islamico, che potrebbero essere rilasciati. Il ministro ha ammesso che, se una persona è cittadina australiana, alla fine può rientrare, ma ha aggiunto di non avere alcun problema con il fatto che per il momento restino in carcere.