CANBERRA – Australia, Stati Uniti, Regno Unito e diversi Paesi occidentali e asiatici hanno riaffermato l’illegalità delle rivendicazioni estese della Cina nel Mar Cinese Meridionale, richiamando il lodo arbitrale del 12 luglio 2016.
La dichiarazione congiunta, diffusa ieri in occasione dell’anniversario della decisione, respinge le azioni “destabilizzanti” nelle acque contese e richiama la necessità di tutelare pace e stabilità regionale. Il testo definisce il pronunciamento dell’Aia una tappa fondamentale, finale, giuridicamente vincolante e definitiva.
Il tribunale arbitrale era stato istituito nei Paesi Bassi ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, dopo il ricorso presentato dalle Filippine nel 2013. La procedura seguì un duro confronto nelle acque contese, concluso con il controllo effettivo da parte di Pechino di un fondale rivendicato anche da Manila.
La Cina rifiutò di partecipare all’arbitrato e respinse la decisione del 2016. Da allora continua a rivendicare quasi tutto il passaggio marittimo, una delle principali rotte commerciali globali e uno dei punti di tensione più sensibili dell’Asia.
“Riaffermiamo la decisione del tribunale arbitrale secondo cui non esiste base legale per le rivendicazioni marittime estese della Cina nel Mar Cinese Meridionale, comprese quelle fondate su ‘diritti storici’”, afferma la dichiarazione.
Il tribunale si pronunciò in larga parte a favore delle Filippine, stabilendo che, secondo la Convenzione ONU sul diritto del mare, Pechino non poteva invocare diritti storici sulle risorse oltre le aree territoriali riconosciute dal trattato. La convenzione, in vigore dal 1994, è ritenuta il quadro giuridico principale per oceani e mari ed è stata ratificata da oltre 170 Paesi e parti, tra cui Cina e Filippine.
Oltre a Stati Uniti, Regno Unito e Australia, la dichiarazione include Filippine, Giappone, Nuova Zelanda, Canada, Germania, Italia, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania e Slovenia. I firmatari hanno ribadito l’opposizione ad azioni unilaterali, all’uso della forza e a forme di coercizione che possano minacciare la stabilità regionale.
Negli ultimi anni navi della guardia costiera cinese e unità di supporto hanno usato cannoni ad acqua, laser di tipo militare e manovre di blocco contro forze filippine e pescatori di Paesi rivali nelle stesse acque. Gli incidenti hanno prodotto collisioni in mare e incontri ad alto rischio anche nello spazio aereo.
Pechino non ha risposto immediatamente alla dichiarazione. In un recente intervento tramite l’ambasciata a Manila, però, la Cina ha ribadito che non riconoscerà mai il lodo del 2016, definito “illegale, nullo e senza valore”. Secondo l’ambasciata, la decisione non modifica le basi storiche e fattuali della sovranità cinese sulle isole del Mar Cinese Meridionale e sulle acque adiacenti, né indebolisce la determinazione di Pechino a tutelare i propri diritti marittimi.