MELBOURNE - Non si poteva anticipare, a poche ore dal suo esordio in campo contro l’australiano Alex de Minaur, che Matteo Berrettini si sarebbe dovuto ritirare per un problema ai muscoli addominali obliqui. 

Un duro colpo per l’italiano, ex numero 6 al mondo, che si era preparato per quattro  settimane con allenamenti intensi, il tutto per giocarsela al meglio sui campi del Melbourne Park.

Sarebbe stato il suo settimo anno agli Australian Open, un appuntamento a cui è affezionato, non solo per la carica positiva che la città gli trasmette, ma anche perché è stato il suo primo Slam sia da juniores che da professionista: “Ho dei ricordi bellissimi.

In tutte le partite c’era un’energia speciale”, ammette durante l’intervista all’Oakwood Premier Melbourne Hotel, in occasione di un evento a cui partecipano altri grandi nomi del tennis quali Belinda Bencic, Learner Tien, Clara Tauson, Karolína Plíšková, Hady Habib e Dayana Yastremska.

Una carriera lunga quella di Berrettini: aveva solo 4 anni quando ha impugnato per la prima volta una racchetta, da lì a qualche anno si sarebbe allenato con Raoul Pietrangeli al Circolo Magistrati Corte dei Conti a Roma e il resto è storia, con l’ingresso nel circuito come professionista nel 2013, quando aveva solo 17 anni. 

Di ricordi emozionanti ne ha collezionati numerosi, tra cui la vittoria in Coppa Davis per due anni consecutivi, nel 2024 e nel 2025, ma “la finale a Wimbledon è stata sicuramente il momento più alto e il momento più confuso, nel senso che non mi stavo neanche accorgendo di quello che stava succedendo”, ricorda con un sorriso parlando di quella storica partita del 2021 contro l’allora numero uno al mondo, Novak Djokovic, persa poi per 3 set a 1, ma passata agli annali per la sua prestazione ad altissimo livello.

Un risultato che gli ha permesso, l’anno successivo, di scalare la classifica ATP fino alla sesta posizione. Essere un tennista professionista offre senza dubbio molti privilegi, ma a un alto prezzo, tra spostamenti continui, allenamenti estenuanti e una disciplina rigorosa, necessaria per ottenere performance di grande valore sia a livello fisico che mentale.

Ma come ci si prepara alla pressione di un torneo come l’Australian Open? “Le partite vanno vinte una alla volta”, precisa Berrettini, bisogna affrontare “partita dopo partita, punto dopo punto”. E, se l’allenamento si può pianificare, è l’emotività che va controllata quando si scende in campo e ci si trova a confrontarsi con uno degli aspetti più difficili di questo nobile sport. 

L’approccio del giocatore romano quando sbaglia un punto è di “cercare di non pensare troppo a quello che è successo, ma provare a mettere la testa nel futuro e quindi in quello che può succedere e che vuoi che succeda”. Se si rimane troppo attaccati all’errore, ci sono meno possibilità “di vincere il punto successivo, che è la cosa più importante”. Il segreto risiede nel restare aggrappati “a quello che si vuole fare, a come vuoi giocare”, ma anche “riconoscere gli errori e cercare di non farli più”. 

Generoso e spontaneo, Berrettini racconta di essere un grande amante degli animali e ammette che, se non avesse intrapreso la carriera sportiva, avrebbe volentieri fatto un lavoro “legato al mondo animale, anche se il veterinario non credo, perché non mi piace vederli soffrire”.

Poi, ripensando a una sua recente visita all’interno della cabina di pilotaggio di un aereo, aggiunge: “Mi sono ricordato che da bambino sognavo di essere un pilota”, una professione che avrebbe unito il suo desiderio infantile con l’amore per i viaggi. Per il momento, aspettiamo di rivederlo scendere sui campi da tennis, appena ci riprenderemo dalla delusione di non aver potuto tifare per lui, qui a Melbourne.