WASHINGTON – Non c’è il nome di Donald Trump sulle schede elettorali, ma è soprattutto sul presidente che gli americani sono chiamati a esprimere un giudizio.

Martedì 3 novembre gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato, le cosiddette “midterm”, un appuntamento che potrebbe modificare profondamente gli equilibri politici di Washington e condizionare gli ultimi due anni della seconda presidenza Trump.

In gioco c’è il controllo del Congresso, attualmente nelle mani dei repubblicani, ma anche una serie di incarichi locali e governatorati. Il voto arriva in un clima di crescente insoddisfazione per il costo della vita, le politiche migratorie dell’amministrazione e le scelte internazionali della Casa Bianca, in particolare la guerra con l’Iran.

Le midterm si svolgono ogni quattro anni, a metà del mandato presidenziale. Questa volta gli elettori devono rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato, compresi quelli assegnati attraverso elezioni speciali. Il nuovo Congresso, il 120° della storia americana, entrerà in carica nel gennaio 2027.

Si vota inoltre per eleggere i governatori di 36 Stati, mentre in numerosi territori sono previsti referendum su temi che spaziano dal diritto all’aborto alla tassazione dei grandi patrimoni.

La posta in gioco è particolarmente alta perché i repubblicani controllano attualmente entrambe le Camere, anche se con margini ridotti.

Alla Camera la maggioranza è fissata a 218 seggi e i democratici puntano a recuperare il terreno necessario per sottrarre il controllo dell’assemblea al partito del presidente. Al Senato, dove i repubblicani dispongono di 53 seggi contro i 47 dell’opposizione, i democratici devono conquistare quattro seggi aggiuntivi per raggiungere la maggioranza.

La storia elettorale americana mostra che le elezioni di metà mandato tendono a penalizzare il partito del presidente in carica. Negli ultimi decenni le eccezioni sono state poche, tra cui quelle del 1998, durante la presidenza di Bill Clinton, e del 2002, con George W. Bush alla Casa Bianca.

Anche questa volta i sondaggi registrano un vantaggio democratico. Secondo una rilevazione Nbc riportata dall’Ansa il 2 novembre, il 52% degli elettori preferirebbe un Congresso a guida democratica, contro il 45% favorevole ai repubblicani. Si tratta tuttavia di un’indicazione nazionale, che non si traduce automaticamente nella distribuzione dei seggi, determinata da competizioni locali e statali.

Il consenso personale di Trump appare in difficoltà. Le diverse rilevazioni collocano il suo indice di gradimento su livelli bassi, mentre le preoccupazioni economiche continuano a pesare sulle famiglie americane. Il rincaro dei generi alimentari e dei carburanti, insieme alle conseguenze dei dazi commerciali, costituisce uno dei principali argomenti della campagna elettorale.

Il presidente ha cercato di mobilitare direttamente l’elettorato conservatore, trasformando il voto in una consultazione sulla propria leadership. Negli ultimi trenta giorni ha partecipato a 27 eventi in 19 Stati, una mobilitazione particolarmente intensa per un presidente in carica durante le midterm.

Trump ha invitato ripetutamente i suoi sostenitori a votare come se il suo nome figurasse sulle schede. Ma ha anche preparato il terreno a un possibile Congresso ostile, dichiarando che, in caso di vittoria democratica, sarebbe diventato “Mr Veto”, pronto cioè a bloccare i provvedimenti approvati dall’opposizionne.

La partita più immediata riguarda la Camera dei rappresentanti, dove i democratici cercano di riconquistare la maggioranza perduta. Un risultato di questo tipo permetterebbe all’opposizione di assumere la guida delle commissioni parlamentari, avviare inchieste sull’amministrazione e sottoporre a un controllo più stringente le decisioni della Casa Bianca.

In particolare, i democratici potrebbero aprire indagini sui rapporti economici del presidente e della sua famiglia, sulla riorganizzazione dell’amministrazione federale e sull’utilizzo dei poteri presidenziali. Una maggioranza democratica alla Camera potrebbe inoltre ostacolare l’approvazione delle leggi di bilancio e costringere Trump a negoziare con l’opposizione.

La situazione al Senato è più complessa. Qui i democratici devono recuperare quattro seggi e le competizioni decisive si concentrano in un gruppo di Stati nei quali i repubblicani stanno cercando di difendere posizioni consolidate.

Tra le sfide più osservate c’è quella del Texas, dove il democratico James Talarico affronta il repubblicano Ken Paxton. Lo Stato non elegge un senatore democratico dal 1988 e l’esito della competizione è seguito con particolare attenzione anche per le sue possibili implicazioni sulla geografia politica nazionale.

In Michigan si confrontano il democratico Abdul El-Sayed, esponente dell’ala progressista, e il repubblicano Mike Rogers. La competizione rappresenta anche un banco di prova per gli equilibri interni al Partito democratico, diviso tra la necessità di mobilitare il proprio elettorato e quella di conquistare gli indipendenti.

Altre sfide importanti sono previste in Maine, North Carolina, Ohio, Iowa e Alaska. La distribuzione dei seggi e le caratteristiche dei singoli Stati rendono la conquista del Senato un obiettivo più complesso rispetto a quella della Camera.

Un eventuale passaggio del Senato ai democratici avrebbe conseguenze significative soprattutto sulle nomine presidenziali. La Camera alta deve infatti confermare giudici federali, ambasciatori e numerosi funzionari dell’amministrazione, compresi gli eventuali nuovi membri della Corte Suprema.

Trump conserverebbe comunque il potere di veto e le prerogative dell’esecutivo. Una maggioranza democratica in uno o entrambi i rami del Congresso non significherebbe quindi la paralisi automatica della presidenza, ma imporrebbe nuovi rapporti di forza e potrebbe moltiplicare i conflitti istituzionali.

La mobilitazione degli elettori è già elevata. Secondo i dati Nbc News riportati dal Corriere della Sera, circa 54 milioni di americani hanno votato anticipatamente, di persona oppure per posta, sette milioni in più rispetto allo stesso appuntamento del 2022.

Negli Stati che registrano l’affiliazione partitica degli elettori, i dati indicano una maggiore partecipazione dei democratici. Non è però possibile ricavare direttamente da questi numeri il risultato finale, perché l’affiliazione non garantisce il voto per un determinato candidato e le modalità di partecipazione variano notevolmente da uno Stato all’altro. 

Il voto di martedì avrà inoltre conseguenze che vanno oltre il Congresso. I risultati delle elezioni per i governatori, in particolare in Stati importanti come California e Texas, contribuiranno a definire i nuovi equilibri territoriali dei due partiti.

Anche i referendum locali riflettono alcune delle divisioni più profonde della società americana. I cittadini saranno chiamati a pronunciarsi su questioni sociali, diritti individuali, politiche fiscali e regolamentazioni statali, in una consultazione che coinvolge molti livelli dell’amministrazione pubblica.

Sul fondo si intravede già la corsa alla Casa Bianca del 2028. Trump, che ha raggiunto il limite costituzionale dei due mandati presidenziali, non potrà presentarsi nuovamente. Per i repubblicani, le midterm rappresentano quindi anche una verifica della capacità del movimento conservatore di mantenere il consenso costruito attorno alla sua figura.

Per i democratici, invece, il voto costituisce un’occasione per misurare la forza dell’opposizione e individuare le strategie e i protagonisti della prossima campagna presidenziale.

Il risultato non determinerà soltanto chi controllerà il Congresso. Stabilirà anche quanto spazio politico e legislativo resterà a Donald Trump fino al gennaio 2029 e quale direzione prenderà il confronto tra i due grandi partiti americani.