ISLAMABAD - Il mondo è rimasto col fiato sospeso per ore, in attesa che l’Air Force Two decollasse dalla Joint Base Andrews. Tuttavia, il volo del vicepresidente JD Vance verso Islamabad è stato annullato all’ultimo istante, segnando il fallimento del secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran. Nonostante lo stallo e il rinvio dei negoziati, il presidente Donald Trump ha deciso di non riprendere i bombardamenti, annunciando una “mini-tregua” supplementare per permettere alla diplomazia un ultimo, disperato tentativo. 

Attraverso un post su Truth, Trump ha ufficializzato la proroga del cessate il fuoco, che era ormai arrivato alla scadenza naturale. La decisione, arrivata dopo una riunione d’urgenza con il team di sicurezza nazionale (composto da Vance, Rubio, Hegseth, Ratcliffe e i mediatori Kushner e Witkoff), è stata motivata da due fattori principali: la richiesta esplicita del Pakistan e la consapevolezza della profonda crisi interna che sta paralizzando Teheran. 

“Considerata la grave frattura che sta colpendo il governo iraniano e su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, ho ordinato di sospendere l’attacco”, ha scritto Trump. Il presidente ha però chiarito che la pazienza di Washington non è illimitata: le forze armate resteranno operative e, soprattutto, il blocco navale nello Stretto di Hormuz proseguirà. Per Trump, l’assedio economico è l’unica leva per spingere un Iran “affamato di soldi” alla resa. 

Secondo ricostruzioni di Axios, i mediatori statunitensi ritengono ancora possibile un accordo, ma temono di non avere una controparte autorevole con cui firmarlo. L’Iran appare spaccato in una lotta di potere senza precedenti.  

La Guida Suprema Mojtaba Khamenei comunica a malapena e non risponde ai suoi stessi funzionari, mentre i negoziatori civili, come il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Ghalibaf, sembrano propensi a trattare ma vengono costantemente sabotati. Al contrario, i generali dei Pasdaran guidati da Ahmad Vahidi controllano i muscoli del Paese e rifiutano ogni concessione. Questa frattura è diventata pubblica quando Araghchi ha ipotizzato la riapertura dello Stretto di Hormuz, venendo però immediatamente smentito e attaccato dai militari. 

L’assassinio a marzo di Ali Larijani, l’unica figura in grado di mediare tra le varie anime del regime, ha lasciato un vuoto di potere che il suo successore, Mohammad Bagher Zolghadr, non è riuscito a colmare. 

Mentre la diplomazia arrancava, la tensione sul campo è esplosa. La Marina dei Pasdaran ha annunciato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz: la “Msc-Francesca” (indicata come appartenente a Israele) e la “Epaminodes”. Le imbarcazioni sono state trasferite in acque territoriali iraniane per ispezioni. Per Teheran, si tratta di una risposta legittima, mentre per gli Usa e i loro alleati è un atto di rappresaglia contro il blocco navale, definito dal ministero degli Esteri iraniano come “vera e propria pirateria”. 

Le posizioni di Washington e Teheran continuano a viaggiare su binari paralleli. L’Iran ha definito il secondo giro di colloqui a Islamabad “una perdita di tempo”, ribadendo che non tratterà sui programmi nucleare e missilistico nemmeno se venisse tolto il blocco navale. 

Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha liquidato l’estensione della tregua come irrilevante: “La parte perdente non può dettare condizioni. La prosecuzione dell’assedio non fa differenza rispetto al bombardamento; Trump sta solo guadagnando tempo per un attacco a sorpresa”.