KATMANDU - È un tragico bilancio in costante aggiornamento quello provocato dalle devastanti inondazioni che hanno colpito la regione al confine tra Nepal e Cina. Le vittime confermate sono salite a 987 sul territorio nepalese, a cui si aggiungono 16 morti segnalati dai media statali nel territorio cinese del Tibet.

Oltre al dramma dei decessi accertati, le autorità dei due Paesi cercano in modo drammatico 4.462 dispersi: 3.916 in Nepal e 546 in Tibet. 

A cinque giorni dalla catastrofe, le speranze di trovare altri sopravvissuti si assottigliano gravemente, mentre parenti e familiari affollano ospedali e obitori. La forza delle acque è stata tale da trascinare circa 250 cadaveri fino al distretto di Chitwan, a più di cento chilometri dalla zona maggiormente colpita. 

L’alto numero di salme e l’avanzato stato di decomposizione hanno costretto il Nepal ad autorizzare sepolture d’emergenza prima dell’identificazione, senza attendere la fine dei soccorsi. “Molti corpi sono stati recuperati e hanno iniziato a decomporsi”, ha spiegato Amrit Bahadur Rai, segretario generale del ministero degli Esteri nepalese.

Prima dell’inumazione viene comunque prelevato un campione di Dna. Per i defunti di religione induista la sepoltura ha valore provvisorio, così da consentire alle famiglie di riesumare e cremare i resti secondo la tradizione una volta completato il riconoscimento. 

La pressione sulle strutture sanitarie resta altissima. A Bharatpur, nel sud del Nepal, l’obitorio locale può accogliere soltanto una ventina di corpi e le autorità sono state costrette a disporne altri in locali climatizzati messi a disposizione dall’associazione dei commercianti, mostrando le immagini dei defunti su uno schermo per permetterne il riconoscimento. A Devghat, nello stesso distretto, le tombe delle vittime non ancora identificate sono state contrassegnate con numeri. 

I soccorritori continuano a lavorare in condizioni estremamente rischiose e sotto il costante timore di nuove piene. L’attenzione principale è rivolta al cantiere della diga idroelettrica di Trishuli-3, nel nord del Nepal, dove circa cento lavoratori sono rimasti intrappolati all’interno di un tunnel. 

Domenica, alcune squadre si sono calate con le corde nella struttura cercando di mettersi in contatto con gli operai, senza tuttavia ricevere risposta, come riferito dai servizi del primo ministro. Circa 80 soccorritori nepalesi (affiancati da squadre specializzate giunte da India, Cina e Corea del Sud) stanno cercando di ampliare il varco di accesso, anche con l’uso di esplosivi, per consentire l’ingresso a personale dotato di maschere e bombole d’ossigeno 

Esperti e scienziati attribuiscono il disastro al collasso di un enorme ghiacciaio, che ha trasformato in pochi istanti un corso d’acqua normalmente tranquillo in una furiosa piena.  

I pericoli nella regione restano elevati. Sul versante cinese, alcune squadre impegnate in Tibet sono state evacuate verso zone sicure, dopo che una frana ha causato la formazione di un nuovo lago di sbarramento, mentre in Nepal le autorità raccomandano la massima prudenza nel distretto settentrionale di Rasuwa, per via dell’incremento della portata del fiume Bhotekoshi. 

Mentre proseguono le ricerche, emergono forti polemiche sulla prevenzione del disastro. Secondo quanto riportato da Abc News, il gruppo di scienziati HiRisk ha rilevato che vi erano “segnali premonitori” della valanga.

Jakob Steiner, geoscienziato dell’Università di Graz e coautore del rapporto, ha dichiarato all’emittente che i sistemi di allerta precoce per i lavoratori edili erano estremamente blandi, evidenziando che nell’area non era stato predisposto alcun sistema per i pericoli legati ai ghiacciai. 

“Data la rapidità con cui si è propagata la valanga iniziale, il tempo di preavviso fornito dai sistemi convenzionali sarebbe stato minimo e probabilmente insufficiente per un’evacuazione efficace al valico di frontiera tra Nepal e Cina a Rasuwagadhi (porto di Gyirong) – si legge nel comunicato di HiRisk –. Più a valle, con tempi di allarme di 10 minuti o più, sistemi completi e adeguati avrebbero potuto salvare un numero significativo di vite umane”. 

Come ricostruito dal Guardian su fonte Reuters, il 27 maggio scorso (tre mesi prima delle inondazioni) esperti di Cina e Nepal si erano incontrati a Katmandu per coordinare le strategie di monitoraggio del rischio nella zona di confine, richiedendo misure congiunte come l’inventario dei laghi glaciali e la mappatura dei pericoli. Tuttavia, due funzionari nepalesi hanno dichiarato di non aver mai ricevuto da Pechino le informazioni sui rischi glaciali auspicate dopo il vertice.

Il Guardian precisa, infine, che non è chiaro quali dati, qualora ve ne fossero, la Cina possedesse prima del disastro in merito alle condizioni dei ghiacciai dell’area, in particolare di quelli situati oltre i propri confini.