A volte un trasferimento inizia con una domanda cercata sul telefono mentre si cammina lungo un fiume, con una lingua studiata per curiosità, con la sensazione che il posto in cui si è vissuto per anni non corrisponda più alla persona che si è diventati. Per Alice Coombes, australiana cresciuta in Tasmania e arrivata a Roma dopo dieci anni a Londra, l’Italia è stata il risultato di una serie di incontri, viaggi e deviazioni che hanno finito per comporre una direzione precisa.
Oggi vive a Testaccio, lavora come chef privata per famiglie e per piccoli eventi e sta costruendo, parallelamente, un percorso nel mondo della scrittura e dei media dedicati al cibo.
“Mi piaceva vivere in Tasmania, ma ho sempre avuto voglia di avventura”, racconta. L’idea di lasciare l’Australia era quindi presente da tempo e a 18 anni è diventata realtà: Alice si trasferisce a Londra per studiare storia dell’arte all’università. La capitale britannica sarebbe rimasta la sua casa per un decennio. Dopo gli studi entra in un’agenzia per attori, dove lavora per cinque anni fino a diventare agente e arrivare a rappresentare circa 30 attori.
Un percorso professionale che, almeno sulla carta, sembra definito, ma che con il tempo comincia a starle stretto. La pandemia accentua quella sensazione: l’industria dello spettacolo si ferma, il lavoro praticamente scompare e Alice si ritrova con qualcosa che prima le mancava, il tempo per interrogarsi. “Mi sono ritrovata con molto tempo per riflettere e chiedermi se fosse davvero quello che volevo fare. E la risposta era no”. Alla fine del 2023 lascia l’agenzia. Il 2024 diventa un anno di viaggi e di transizione, trascorso in parte in Australia e in parte in Europa.
È anche l’anno in cui l’Italia diventa una possibilità concreta: Alice era stata nel nostro Paese da adolescente, ma il primo vero incontro da adulta arriva quando decide di trascorrere una settimana da sola a Napoli, per poi proseguire verso Roma. Non è ancora un trasferimento, né lo sarà immediatamente. Ma qualcosa rimane. “Mi è piaciuta davvero moltissimo”, ricorda.
Ed è proprio a Roma che, mentre cammina lungo il Tevere, Alice inizia a cercare informazioni sui visti per lavorare in Italia per gli australiani. Così scopre l’esistenza del Working Holiday Visa e quella possibilità, quasi incontrata per caso, comincia a sedimentare. Il piano che aveva già in mente, tuttavia, prevedeva ancora Londra: a settembre avrebbe iniziato un master in Social Policy and Social Research, con l’idea, una volta terminati gli studi, di tornare in Australia. Il ritorno a casa sembrava la soluzione naturale dopo dieci anni nel Regno Unito. “Ero infelice a Londra. Ci avevo vissuto per dieci anni e nel frattempo la città era diventata molto diversa da quella in cui mi ero trasferita. Sentivo che non faceva più per me”.
Pensava a Sydney, o comunque all’Australia, ma nel frattempo l’Italia aveva iniziato a occupare uno spazio diverso nei suoi pensieri. Anche il viaggio europeo del 2024 contribuisce a cambiare i programmi. Alice aveva intenzione di percorrere il Cammino di Santiago, lungo il tragitto francese, ma un problema alle ginocchia la costringe a fermarsi dopo una settimana. “È stato allora che ho cambiato programma e ho deciso di viaggiare in Italia”.
Nel frattempo, il rapporto con Roma diventa più concreto anche sul piano accademico. Durante il master Alice scrive la sua tesi sulla sostenibilità alimentare collaborando con il Rome Sustainable Food Project, gruppo con sede a Roma che fa parte dell’American Academy in Rome. Per il suo lavoro di ricerca deve tornare in Italia e condurre personalmente le interviste necessarie alla tesi. Trascorre così un periodo significativo nella città, lavorando con il gruppo e osservando da vicino non soltanto l’ambiente accademico e il tema della ricerca, ma anche la quotidianità italiana. È, in un certo senso, una prova generale della vita che verrà. “È stato anche un modo per capire se volessi davvero vivere qui”, spiega.
Non c’è, però, un singolo elemento che Alice riesca a indicare come origine del suo legame con l’Italia. Uno dei primi è sicuramente la lingua. Imparare lingue straniere è sempre stata una sua passione: per anni ha studiato francese, che considera quasi una seconda lingua, e durante la preparazione al Cammino di Santiago aveva studiato anche lo spagnolo. Poi, una settimana prima di partire per l’Italia, si era detta semplicemente: “Dovrei imparare un po’ di italiano”. È bastata circa una settimana di Duolingo per cominciare, ma una volta arrivata Alice ha deciso di mettere immediatamente alla prova quelle conoscenze. “Ero determinata a ordinare tutto in italiano”.
Alice racconta di avere sempre avuto un certo fastidio verso l’atteggiamento dei madrelingua inglesi che danno per scontato che gli altri parlino inglese: ovunque viaggi, cerca invece di usare la lingua del posto, anche quando non la conosce bene, e in Italia questa scelta viene accolta, almeno nella sua esperienza, con una disponibilità che la colpisce. Camerieri e persone incontrate nella vita quotidiana continuano a parlarle in italiano, senza passare immediatamente all’inglese e senza farla sentire inadeguata per i suoi errori.
In quella prima settimana italiana Alice intravede qualcosa che va oltre la bellezza dei luoghi: un diverso modo di organizzare il tempo e di stare con gli altri. “Ho amato il ritmo della vita e il modo in cui le persone si rapportano tra loro”. Quando arriva a Roma per stabilirvisi, però, la realtà quotidiana presenta anche il suo lato meno semplice. Alice è arrivata a gennaio e, a settembre, è ancora alle prese con la burocrazia e in attesa del permesso di soggiorno. Anche il suo codice fiscale ha avuto un errore di battitura. Paradossalmente, il confronto con il Regno Unito le offre una sorta di allenamento alla complessità amministrativa.
Dopo dieci anni vissuti a Londra, dice di essere già abituata all’idea che la macchina statale possa non funzionare in maniera impeccabile. Per chi arrivasse direttamente dall’Australia, immagina che la situazione potrebbe essere molto più frustrante. La vera difficoltà, per lei, è però un’altra: per la prima volta vive in un Paese in cui l’inglese non è la lingua dominante. “Questa è la prima volta che vivo in un Paese non anglofono”. La differenza si sente soprattutto nelle piccole incombenze. Fare la spesa, sbrigare una commissione, parlare con qualcuno diventano esercizi linguistici quotidiani.
Anche ciò che apprezza dell’Italia, il rapporto diretto tra le persone, può diventare impegnativo nei giorni in cui la stanchezza prende il sopravvento. Qui molte attività richiedono ancora di parlare con qualcuno, mentre nel mondo anglosassone Alice era più abituata all’automazione e alle procedure digitali. Non ci sono sempre casse self-service, e molte cose non si fanno semplicemente premendo qualche pulsante. “Da un punto di vista sociale mi piace, perché ti costringe a interagire e crea un senso di comunità, ma nei giorni in cui ho la testa completamente fusa e faccio fatica a pensare in italiano, può essere difficile”. Il motivo sta soprattutto nella quotidianità. Le piace il senso di comunità, il ritmo della vita e il fatto che la necessità di interagire con le persone abbia trasformato i commercianti della zona in volti conosciuti e familiari. Poi c’è il sole, che non è un dettaglio per chi ha trascorso un decennio nel Regno Unito. E naturalmente c’è il cibo, che nel percorso di Alice non è un elemento secondario, ma un vero filo conduttore.
La sua formazione più recente, il lavoro e persino la ricerca accademica ruotano attorno all’alimentazione. A Roma apprezza la possibilità di cucinare seguendo le stagioni, acquistare prodotti locali e mantenere un rapporto diretto con chi vende il cibo. È convinta che in Italia sia più semplice fare scelte alimentari consapevoli, anche perché, a suo giudizio, il sistema alimentare italiano ha resistito meglio alla trasformazione industriale che ha interessato molti Paesi anglofoni.
Oggi lavora come private chef per famiglie e si occupa anche di piccoli eventi e cene private. Il suo lavoro cambia a seconda dei clienti: una delle famiglie ha esigenze alimentari e gusti molto specifici e quindi decide in larga parte cosa preparare. Un’altra le ha dato indicazioni molto più generiche: soltanto due o tre alimenti che non piacciono, lasciandole maggiore libertà nella costruzione del menu. In alcuni casi è Alice a proporre i piatti e a collaborare con i clienti per la spesa, in altri si occupa direttamente anche dell’acquisto degli ingredienti.
La cucina privata è però soltanto una parte del progetto professionale. Alice scrive di cibo su Substack e vorrebbe, nel tempo, spostarsi maggiormente verso il mondo dei media gastronomici. Per questo continua a scrivere parallelamente al lavoro da chef e ha iniziato anche a realizzare video su TikTok (qui il suo profilo), alternando contenuti di cucina e ricette a materiali più ampi sulla vita a Roma.
L’obiettivo è far dialogare le due attività: da una parte la produzione di contenuti, dall’altra il lavoro come chef, con i social utilizzati anche per portare pubblico verso la sua attività professionale. Se l’Italia ha conquistato Alice attraverso la quotidianità, il cibo è anche il terreno sul quale emerge più chiaramente il confronto con l’Australia. Quando le si chiede cosa le manchi del Paese in cui è cresciuta, la prima risposta riguarda il cibo. “Mi manca la varietà dell’offerta gastronomica”. In Australia è molto più semplice trovare una grande scelta di cucina asiatica e, più in generale, una varietà di ingredienti provenienti da culture diverse. A Roma esistono ristoranti e negozi specializzati, ma non con la stessa capillarità.
Se l’Australia le manca per la varietà gastronomica, l’Italia ha però caratteristiche che Alice sa già che rimpiangerebbe nel caso decidesse un giorno di tornare dall’altra parte del mondo. Una delle prime è proprio il ritmo dei pasti. Alice si definisce una persona da “tre pasti al giorno”: non ama fare spuntini, e apprezza il fatto che in Italia gli orari dei pasti siano ancora abbastanza rigidi da imporre una pausa. Se tornasse in Australia, inoltre, le mancherebbe la prossimità geografica al resto dell’Europa. Vivere in Australia, infatti, significa essere lontani da tutto ciò che si trova dall’altra parte del mondo; vivere a Roma significa, invece, avere una quantità di Paesi europei raggiungibili con relativa facilità.
Alice non esclude la possibilità di tornare in Australia, “tra una decina d’anni o poco meno”, però, intanto, a Roma continua a cercare, imparare e sperimentare, questa volta tra una cucina privata, una pagina Substack, un video TikTok, un mercato di quartiere e un treno da prendere. Con la consapevolezza che, almeno per ora, la scelta di fermarsi è stata quella giusta: “È la decisione migliore che abbia mai preso”.