BUENOS AIRES – “Le Malvinas sono argentine, per storia e per diritto”. Con queste parole il presidente Javier Milei presentato un pacchetto di misure destinate a rafforzare la posizione argentina nei confronti del Regno Unito sulla questione delle isole Malvinas. “Non c’è discussione al riguardo”, ha aggiunto.
L’annuncio è stato fatto ieri sera, giovedí 4 settembre, un discorso a reti unificate.
La misura più immediata è l’accelerazione delle sanzioni – previste dalla legge 26.659 del 2011 – contro società, azionisti, dirigenti e fornitori coinvolti in progetti di sfruttamento di idrocarburi nell’arcipelago, senza l’autorizzazione delle autorità argentine.
Secondo il presidente, la Cancelleria ha già inviato circa 180 lettere di diffida ad aziende e a più di 29 Paesi coinvolti in diversi progetti sulle isole.
La misura risponde in particolare al progetto petrolifero offshore Sea Lion, gestito da Navitas Petroleum e Rockhopper Exploration, il cui sfruttamento potrebbe iniziare “in un momento non precisato dei prossimi mesi”. Milei ha avvertito che, se il Paese non agirà con fermezza e rapidità, le aziende avranno “la capacità materiale di appropriarsi delle riserve di petrolio che giacciono sotto il nostro mare”.
Il presidente ha osservato che questo sviluppo potrebbe rappresentare un incentivo per il Regno Unito ad “approfondire l’occupazione delle isole e lo sfruttamento delle risorse argentine”.
Milei è stato esplicito sul margine di scelta che avranno le aziende che decideranno di operare nell’arcipelago: dovranno decidere, ha detto, tra “un investimento illegale, in un territorio conteso” e “un’operazione redditizia e sicura in un Paese sovrano con regole chiare e prevedibilità”.
Sul piano militare, il presidente ha annunciato un Decreto di necessità e urgenza (Dnu) per aumentare il bilancio della Difesa, indicando come priorità la costruzione di una Base navale integrata a Ushuaia.
Secondo Milei, l’opera permetterà di trasformare l’Argentina nel “polo logistico più importante dell’Atlantico meridionale” e sarà fondamentale per la proiezione geopolitica del Paese, oltre ad aumentare le capacità nazionali nel settore delle telecomunicazioni.
A questo si aggiunge l’invio al Congresso – “con carattere d’urgenza”, secondo le sue parole – di un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale, che inasprirà le sanzioni previste dalla legge 26.659 e amplierà le restrizioni nei confronti dei fornitori legati a operazioni non autorizzate.
L’iniziativa prevede inoltre la creazione di un Consiglio di Sicurezza nazionale, incaricato di definire una politica “obbligatoria e trasversale” per tutto lo Stato, coordinando Cancelleria, Difesa, Intelligence ed Economia.
L’organismo avrà inoltre competenze sulla protezione delle infrastrutture critiche e sulla sicurezza aerospaziale e marittima, con strumenti economici e diplomatici per rispondere ad attori statali o non statali che il governo consideri una minaccia.
La rivendicazione argentina sulle Malvinas non è nuova né è nata con Milei: risale a molto tempo fa. Argentina e Gran Bretagna hanno combattuto una guerra per le isole nel 1982, durante la fase finale della dittatura, terminata con la sconfitta argentina e con un bilancio di 649 militari argentini morti.
Ma la controversia diplomatica è precedente: risale al 1833, quando una forza britannica espulse le autorità argentine dall’arcipelago.
Da allora Buenos Aires rivendica la sovranità per via diplomatica, con il sostegno di successive risoluzioni dell’Onu – la prima nel 1965 – che riconoscono l’esistenza di una disputa territoriale ancora da risolvere.
Un punto centrale della controversia è l’argomento dell’autodeterminazione, invocato dal Regno Unito per sostenere che gli abitanti delle isole abbiano il diritto di decidere il proprio status, posizione rafforzata dal referendum del 2013, nel quale il 99,8% dei votanti ha scelto di continuare a essere un territorio britannico d’oltremare.
L’Argentina respinge questa posizione e conta sul sostegno del Comitato per la decolonizzazione dell’Onu, che non ha mai inserito l’autodeterminazione nelle proprie risoluzioni sulle Malvinas: nel 1985, l’Assemblea generale ha respinto due tentativi britannici di includerla.
L’argomento di fondo è che gli attuali abitanti non costituiscono un popolo colonizzato, ma una popolazione insediata dalla potenza occupante dopo l’espulsione degli abitanti argentini nel 1833, motivo per cui non si applicherebbe lo stesso criterio adottato in altri classici processi di decolonizzazione.
L’annuncio di Milei arriva in un contesto particolare: questa settimana il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sorpreso suggerendo che Washington potrebbe rivedere il suo storico sostegno a Londra nella controversia sulle isole.
Interpellato lunedì nello Studio Ovale sulla possibilità che il suo governo stesse rivalutando la posizione statunitense sulle Malvinas, Trump ha risposto: “Rivedo sempre tutte le posizioni. Questa è soltanto una delle tante”. È stata la prima volta che si è espresso in questi termini sulla posizione degli Stati Uniti nella controversia.
La dichiarazione è arrivata dopo che il quotidiano britannico The Telegraph aveva rivelato che, all’interno del Pentagono, si starebbe valutando la possibilità di utilizzare la posizione sulle Malvinas come strumento di pressione affinché il Regno Unito aumenti la spesa per la Difesa fino al 5% del Pil auspicato da Trump per i Paesi della Nato.
Giovedì, dopo l’annuncio di Milei, Trump è stato nuovamente interpellato sulla questione e ha evitato di rispondere se continuerà a sostenere Londra. Sulla guerra del 1982 ha detto che ai britannici “resta ancora molta strada da fare”, senza fornire ulteriori precisazioni.
Milei ha definito le prime dichiarazioni di Trump qualcosa di “molto forte” per la causa delle Malvinas, alimentando la lettura ufficiale secondo cui il discorso di questo giovedì sfrutta una finestra di opportunità diplomatica.
Non è ancora chiaro, tuttavia, fin dove arrivi questo sostegno statunitense né se si tradurrà in gesti concreti. Va precisato che buona parte di quanto annunciato non è del tutto nuovo: si tratta, in realtà, dell’accelerazione di meccanismi sanzionatori previsti fin dal 2011 dalla legge 26.659.
A colpire è il cambio di tono. Dall’inizio del suo mandato, il governo Milei ha mantenuto una posizione diplomatica cooperativa e persino accondiscendente nei confronti del Regno Unito sull’Atlantico meridionale, evitando di promuovere sanzioni o misure di confronto durante i primi quasi tre anni di governo.
All’interno della maggioranza si è interpretato che le Malvinas siano un tema capace di entrare in sintonia con la società. Dalla metà di luglio si percepisce una più intensa “malvinizzazione” dell’opinione pubblica – al di là del fatto che il sentimento legato alla causa sia sempre rimasto latente – un clima alimentato in parte dalle prestazioni della nazionale argentina di calcio. Non è un dato secondario in un contesto nel quale i sondaggi mostrano un calo dell’immagine del governo ed evidenziano il malcontento di una parte importante dell’elettorato, indipendentemente dal contenuto dei discorsi presidenziali.
In questo senso, buona parte del contenuto del messaggio presidenziale — la fermezza della rivendicazione, la critica allo sfruttamento unilaterale delle risorse — è ciò che gran parte del mondo politico e della società chiede di sentire da anni, al di là delle sfumature che possono esistere sulle misure concrete che si intendono attuare.
Allo stesso tempo, è difficile non rilevare una contraddizione tra questo discorso e altre dichiarazioni dello stesso Milei, che in passato ha elogiato Margaret Thatcher, la prima ministra britannica che guidò il Regno Unito durante la guerra del 1982 contro l’Argentina.
Questo contrasto alimenta le interpretazioni che vedono nell’annuncio una mossa difensiva in un contesto di logoramento politico, una risorsa alla quale — pur tenendo conto delle differenze storiche e di portata — fece ricorso la stessa dittatura militare nel 1982, quando la leadership di Leopoldo Galtieri decise la guerra nel mezzo di una crisi di legittimità interna.
La traumatica sconfitta argentina finì per dare il colpo di grazie alla giunta militare al governo.