LONDRA - Si riaccende lo scontro diplomatico tra Argentina e Regno Unito per la sovranità sulle isole Falkland, chiamate Malvinas a Buenos Aires.
Sfruttando quello che ha definito un contesto caratterizzato da “venti favorevoli” e “venti di cambiamento” sulla scena internazionale, il presidente argentino Javier Milei ha lanciato un’offensiva politica e legislativa per rivendicare l’arcipelago dell’Atlantico meridionale.
La reazione del governo britannico è stata immediata, ribadendo l’inviolabilità della propria posizione.
In un discorso televisivo, Milei ha attaccato il progetto del giacimento petrolifero Sea Lion al largo delle isole, condotto da società britanniche e israeliane, definendolo una minaccia alla sovranità e un tentativo di sottrarre risorse al popolo argentino.
Il presidente ha annunciato un disegno di legge per “inasprire le sanzioni e le pene nei confronti delle aziende coinvolte in operazioni non autorizzate”, anticipando il divieto di operare in Argentina per i gruppi attivi nelle isole.
“Coloro che operano sulle nostre isole alle spalle del governo argentino dovranno scegliere tra una scommessa illegale in un territorio conteso e un’attività redditizia e sicura in un Paese sovrano, con regole chiare e prevedibilità”, ha dichiarato rimarcando, inoltre, che “non si possono fare entrambe le cose”.
Reiterando che “le Malvinas sono argentine per storia e per diritto” e ricordando come nel 1833 il Regno Unito abbia “estromesso le autorità argentine instaurando una situazione coloniale”, Milei ha affermato che i circa 3.600 abitanti delle isole, “essendo una popolazione insediata in un territorio usurpato, non hanno un diritto legittimo all’autodeterminazione e qualsiasi argomento basato sui referendum svolti sulle isole non è valido”.
In passato, il leader argentino aveva suggerito che Londra dovrebbe cedere le isole così come fatto nel 1997 con Hong Kong alla Cina.
A rinfocolare le rivendicazioni argentine sono state le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, stretto alleato ideologico di Milei.
Trump ha lasciato intendere la possibilità di rivedere la tradizionale posizione di neutralità degli Stati Uniti (che riconoscono l’amministrazione di fatto britannica senza pronunciarsi sulla sovranità) prospettando persino di non intervenire in aiuto di Londra in un futuro conflitto, come ritorsione verso l’esecutivo laburista di Keir Starmer per il mancato sostegno nella guerra contro l’Iran.
Il Pentagono aveva persino inserito il riconoscimento della sovranità argentina tra le possibili misure punitive, con notizie uscite alla vigilia della visita di re Carlo a Washington.
Interrogato sul tema, Trump non ha smentito, dichiarando: “Passo sempre in rassegna tutte le posizioni. Questa è una delle tante”. Una posizione accolta da Milei come “qualcosa di molto importante riguardo alla causa più importante e più sacra per noi argentini”, spiegando che Washington valuta questo cambio perché riconosce l’Argentina come “un partner affidabile, allineato ai valori occidentali e situato in una posizione di rilevanza strategica”.
Secca la replica giunta da Londra. Il segretario di Stato per gli Affari Esteri britannico, Ed Miliband, ha scritto su X che la posizione del Regno Unito è irremovibile, sottolineando che “il loro diritto all’autodeterminazione è fondamentale, è sancito dal diritto internazionale e noi lo difenderemo con assoluta determinazione”.
Sulla stessa linea il segretario di Stato per la Difesa, Wes Streeting, che sempre su X ha commentato: “La dichiarazione del presidente argentino Milei nella notte ci dice più sulla politica interna dell’Argentina che sulle Isole Falkland. Le Falkland sono britanniche perché gli abitanti scelgono di essere britannici. Il nostro impegno nei confronti delle Falkland è assoluto e irremovibile”.
La controversia affonda le radici nel conflitto del 1982. Il 1° e 2 aprile di quell’anno, la giunta militare guidata dal generale Leopoldo Galtieri invase le isole per distogliere l’attenzione dalla crisi economica interna. La risposta del governo britannico guidato da Margaret Thatcher portò a una guerra di 74 giorni conclusasi il 20 giugno 1982 con la resa argentina e un bilancio di 649 soldati argentini, 255 militari britannici e tre isolani morti.
A oltre quarant’anni di distanza, la rivendicazione (sancita dalla Costituzione argentina) rimane una ferita aperta a Buenos Aires. Dal 1965 una risoluzione dell’Onu riconosce l’esistenza di una controversia invitando le parti a una soluzione pacifica.
Le isole godono oggi di un’ampia autonomia, mentre la Gran Bretagna ne gestisce difesa e politica estera mantenendovi una presenza militare. Nel referendum svoltosi nel 2013, il 99,8% degli isolani ha votato a schiacciante maggioranza per confermare lo status di territorio d’oltremare del Regno Unito.