WASHINGTON - Nei primi 18 mesi della presidenza di Donald Trump, la popolazione di stranieri residenti negli Stati Uniti ha registrato una contrazione netta di portata storica. A rivelarlo è un’analisi preliminare condotta dal Center for Immigration Studies sui dati governativi e anticipata dal Washington Times. 

I calcoli, basati sulla Current Population Survey (l’indagine campionaria su circa 60.000 nuclei familiari che costituisce la base per le statistiche sul lavoro), evidenziano per la prima volta dagli anni ‘30 un calo sostenuto e prolungato della presenza straniera nel Paese. 

Tra il gennaio 2025 e il luglio 2026, la popolazione complessiva nata all’estero è scesa da 53,3 milioni a 50.5 milioni di persone. La flessione riguarda in larga misura la componente irregolare, categoria in cui i demografi includono anche chi si trova negli Usa con permessi temporanei di ingresso e soggiorno (parole) o i richiedenti asilo in attesa di giudizio, diminuita di 2,3 milioni di unità, passando da 15,8 a 13,5 milioni. Al contempo, anche la popolazione immigrata regolare ha registrato un calo di circa 600.000 persone. 

Questo cambio di rotta appare ancora più marcato se confrontato con i quattro anni della presidenza Biden, durante i quali la popolazione immigrata era aumentata di 8,3 milioni di persone, segnando l’incremento più elevato della storia statunitense.  

Secondo l’analisi, il calo è direttamente attribuibile alle più rigide politiche migratorie dell’amministrazione Trump, che hanno portato alla deportazione formale di centinaia di migliaia di migranti e spinto molti altri all’uscita volontaria o “auto-deportazione”. Sul fronte degli ingressi regolari si registra invece una riduzione generale dei nuovi arrivi, compresi rifugiati e studenti stranieri. 

I dati del centro misurano una variazione netta (bilanciando uscite e nuovi ingressi) e differiscono parzialmente dalle cifre diffuse a gennaio dal Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security), che parlava di quasi 3 milioni di rimozioni (675.000 espulsioni dirette e 2,2 milioni di partenze volontarie).

Interpellato per un commento, il Dipartimento si è limitato a fare riferimento a un precedente comunicato stampa che citava la drastica diminuzione degli attraversamenti di frontiera.  

Pur considerando il margine di errore del campione di indagine (per cui la popolazione straniera potrebbe variare di un milione sopra o sotto i 50,5 milioni stimati), la tendenza di lungo periodo appare nettamente tracciata. 

Dallo studio emerge che solo il 44% delle persone uscite dal Paese faceva parte della forza lavoro, una percentuale significativamente inferiore rispetto al tasso di occupazione abituale della popolazione irregolare, che sfiora il 60%. Questo dato suggerisce che molti lavoratori possano aver fatto rientrare le proprie famiglie rimanendo temporaneamente negli Usa, fattore che ha evitato finora uno shock economico su scala nazionale, pur in presenza di difficoltà riscontrate da alcune economie regionali, come il settore delle costruzioni nel sud del Texas. 

A livello generale, la riduzione dei flussi migratori e il minor numero di residenti dall’estero potrebbero portare la popolazione complessiva degli Stati Uniti a registrare un calo senza precedenti, con primi segnali già rilevati dal Census Bureau, che tra luglio 2024 e luglio 2025 ha registrato una crescita demografica minima dello 0,5%. 

Valutando le implicazioni di uno scenario inedito per l’economia moderna degli Stati Uniti, Camarota ha smorzato i toni: “Non c’è da farsi prendere dal panico. Prima di tutto, stiamo perdendo soprattutto lavoratori a basso reddito. Ma come ogni altra cosa, ciò può creare delle sfide. E crea vincitori e vinti”.  

Tra i potenziali beneficiari figurano i lavoratori statunitensi, che affronteranno una minore concorrenza per impieghi e alloggi. D’altro canto, datori di lavoro e proprietari immobiliari potrebbero risentire della contrazione della domanda.

Sul piano fiscale, a fronte di minori entrate tributarie si attende una riduzione dei costi per l’assistenza pubblica: “Nel complesso, penso che sia un buon affare per il Paese, perché ritengo che la maggior parte delle persone sia più preoccupata per i salari, i prezzi delle case, il traffico e l’impatto su scuole e ospedali”, ha concluso lo studioso.