Per anni, Melbourne e Sydney sono comparse tra le dieci migliori città al mondo in cui vivere secondo le classifiche annuali della rivista internazionale Monocle, che ne riconosceva la qualità della vita, le opportunità professionali e le caratteristiche dei rispettivi contesti urbani. Un dato che, per Letizia De Francesco, nata e cresciuta nell’hinterland milanese, rappresentava un concreto motivo per immaginare il proprio futuro dall’altra parte del mondo. È lei la nuova ospite di Nuovi australiani d’Italia, la nostra rubrica dedicata a chi, dopo aver vissuto in Australia, ha scelto di trasferirsi in Italia, portando con sé esperienze, abitudini e una prospettiva culturale maturata nel Paese oceanico.

La sua storia comincia a Baranzate, nella zona nord-occidentale dell’hinterland milanese, dove nasce e cresce, prima di frequentare il liceo e proseguire gli studi al Politecnico di Milano, conseguendo una laurea in ingegneria. Dopo l’università trova impiego in un’importante società dove lavora per circa quattro anni con un contratto a tempo indeterminato. Una condizione professionale che, almeno sulla carta, avrebbe potuto rappresentare un punto di partenza per una carriera stabile in Italia, ma che non basta a farle accantonare il desiderio di partire.

Dietro la decisione di trasferirsi, infatti, convivono la curiosità di conoscere un nuovo Paese e alcune lacune personali che, con il senno di poi, Letizia ha imparato a riconoscere come parte integrante della propria scelta. “Sicuramente c’erano delle insoddisfazioni nei confronti dell’Italia, ma ho capito negli anni che spesso chi decide di andare così lontano lo fa anche perché cerca di scappare da qualcosa”, osserva, spiegando di aver incontrato nel corso della sua esperienza persone partite per ragioni professionali, sentimentali o familiari, ma anche altre che sembravano cercare altrove risposte a questioni personali rimaste irrisolte.

Una riflessione che si accompagna alla consapevolezza che viaggiare non significa soltanto cambiare ambiente, ma può diventare anche un’occasione per comprendere meglio se stessi. Prima dell’Australia, le sue esperienze fuori dall’Europa erano state limitate a un viaggio negli Stati Uniti, nel 2010, durante il quale aveva visitato New York ed Ellis Island. Proprio qui, leggendo alcune lettere conservate nel museo e scritte da immigrati che raccontavano le difficoltà affrontate durante la traversata e la separazione dalle proprie famiglie, era rimasta profondamente colpita dalle testimonianze di chi, per ragioni di salute o di età, non aveva potuto affrontare il viaggio nelle stesse condizioni dei propri familiari. “Ricordo che mi ero messa a piangere leggendo quelle lettere”, racconta, riconoscendo oggi in quell’episodio uno dei possibili elementi che hanno contribuito ad alimentare il suo interesse per le migrazioni e, forse, anche il desiderio di sperimentare una vita lontana dall’Italia.

Il trasferimento arriva nel dicembre del 2012, ma la destinazione inizialmente immaginata non era Sydney. Letizia aveva, infatti, preso in considerazione Melbourne, proprio perché la città occupava posizioni particolarmente alte nelle classifiche di Monocle. La situazione personale, tuttavia, cambia: dopo una relazione durata nove anni, che si conclude anche in concomitanza con il suo desiderio di partire, decide di affrontare il trasferimento da sola e sceglie Sydney, ritenendola più interessante dal punto di vista delle opportunità professionali. “Avevo parlato di Melbourne per un anno e mezzo, e poi alla fine sono andata a Sydney, dove sono rimasta per tutto il tempo”, ricorda con una certa ironia.

L’impatto con il mercato del lavoro australiano, però, si rivela meno immediato di quanto avesse immaginato. Partita con una laurea in ingegneria e la convinzione che avrebbe potuto inserirsi facilmente nel proprio settore, deve inizialmente affrontare un periodo di adattamento durante il quale si dedica anche a lavori molto distanti dalla sua formazione. Tra le prime esperienze c’è quella in una fabbrica, dove si occupa di inserire DVD nelle rispettive custodie. “Per un’ingegnera non è stata esattamente l’esperienza lavorativa che ci si potrebbe aspettare”, commenta oggi sorridendo, spiegando che, all’epoca, era comunque contenta di aver trovato un impiego e che quel lavoro le risultava persino più semplice rispetto a quello di cameriera, mansione che aveva provato a svolgere senza sentirsi particolarmente portata.

La svolta arriva con un’opportunità in una società italiana coinvolta nel progetto infrastrutturale North West Link, grazie alla quale ottiene una sponsorizzazione aziendale che le consente di rimanere in Australia. I primi mesi, tuttavia, non sono privi di ostacoli: da una parte deve fare i conti con l’assenza di esperienza professionale maturata sul territorio australiano, dall’altra deve convincere i potenziali datori di lavoro della propria intenzione di stabilirsi realmente nel Paese. “Durante i primi colloqui mi chiedevano della mia famiglia e dei miei progetti. Io rispondevo che, senza un lavoro, naturalmente non sarei rimasta”, ricorda.

Superata questa fase iniziale, il percorso professionale comincia a svilupparsi con maggiore continuità: dopo la prima esperienza con l’azienda italiana, passa a una società australiana di consulenza, che diventa il suo nuovo sponsor, e da quel momento riesce a costruire una carriera nel proprio ambito di formazione, ricevendo ulteriori offerte di lavoro e trovando opportunità di crescita. L’esperienza le permette anche di osservare da vicino alcune differenze tra il mercato del lavoro italiano e quello australiano, dove, almeno negli anni in cui ha vissuto a Sydney, la richiesta di competenze era spesso superiore alla disponibilità di professionisti qualificati.

Questo non significa, tuttavia, che l’inserimento per chi arriva dall’estero sia sempre semplice: “Essere un’immigrata comporta delle difficoltà e anche il fatto di avere un accento viene considerato in ambito lavorativo. Non te lo fanno necessariamente pesare in maniera esplicita, ma è come se rappresentasse una sorta di handicap”. Nonostante questi ostacoli, il bilancio dei tredici anni e mezzo trascorsi in Australia è complessivamente positivo, soprattutto per la qualità della vita che riesce a costruire. Per chi arriva da Milano, spiega, il cambiamento è significativo: i ritmi quotidiani sono più sostenibili, il rapporto con il tempo è differente e la possibilità di vivere a contatto con la natura e dedicarsi alle attività all’aperto rappresenta un vantaggio concreto.

Anche sul piano professionale trova ambienti di lavoro che le consentono di crescere e cambiare nel corso degli anni, senza rinunciare alla possibilità di migliorare la propria posizione. Sul versante personale, invece, cerca fin dall’inizio di costruire una rete di relazioni che non sia composta esclusivamente da italiani, preferendo frequentare persone provenienti da contesti culturali diversi. “Mi sono sempre detta: se devo stare soltanto con gli italiani, tanto vale che rimanga in Italia”, racconta. Una scelta che le permette di conoscere altre abitudini e modi di pensare, ma che non elimina completamente alcune difficoltà legate alla costruzione di rapporti profondi.

Secondo Letizia, infatti, in un contesto in cui la qualità della vita è generalmente buona e molte questioni quotidiane risultano più semplici da gestire, anche le relazioni possono talvolta assumere una dimensione più superficiale, rendendo meno immediata la creazione di legami duraturi. Il pensiero di un eventuale ritorno in Italia comincia così ad accompagnarla per alcuni anni, senza però tradursi immediatamente in una decisione. A contribuire alla scelta definitiva sono anche alcune difficoltà incontrate negli ultimi tempi sul piano professionale, soprattutto in determinati ambienti aziendali e governativi di Sydney, dove ha osservato dinamiche organizzative che definisce “un po’ tossiche”.

A questo si aggiunge il desiderio di essere più vicina alla madre, che oggi ha 80 anni, elemento che assume un peso importante nella valutazione delle proprie priorità. “Ho preso la palla al balzo e ho deciso di tornare in Italia”, spiega. A 43 anni, dopo aver trascorso oltre tredici anni in Australia e aver acquisito la cittadinanza australiana, Letizia si trova infatti in una fase diversa rispetto a quella della partenza: se a 29 anni aveva immaginato il trasferimento come l’inizio di un progetto di vita ben definito, oggi preferisce non stabilire in anticipo dove si fermerà. Potrebbe rimanere in Italia, tornare a Sydney oppure valutare una nuova destinazione, consapevole di avere comunque la possibilità di rientrare in Australia grazie al passaporto australiano. “Quando ero lì mi dicevo che sarei rimasta in Australia. Adesso, invece, preferisco vedere come vanno le cose”, osserva, descrivendo la propria condizione attuale come una situazione ancora aperta.

Il ritorno le ha comunque permesso di riconoscere con maggiore chiarezza quali aspetti dell’esperienza australiana siano entrati stabilmente nel suo modo di vivere e di relazionarsi con gli altri. Tra questi, il primo è l’apertura mentale sviluppata attraverso il confronto quotidiano con una società multiculturale, nella quale convivono persone con origini, abitudini e punti di vista differenti. “Ho imparato ad accettare che siamo diversi e che il modo in cui penso io non è necessariamente quello in cui pensa un’altra personaù”, spiega, sottolineando come questa consapevolezza sia diventata parte del suo approccio alle relazioni personali e professionali e come, dopo il rientro, le capiti di notare quanto il confronto con altre culture possa modificare il modo di interpretare le situazioni.

Un secondo insegnamento riguarda il rapporto con le distanze. Abituata a vivere in un Paese dalle dimensioni continentali, Letizia ha sviluppato una maggiore disponibilità a considerare normali spostamenti che in Italia potrebbero sembrare eccessivamente impegnativi. “In Australia tutto è così lontano che impari a vivere il tempo dei viaggi in maniera diversa. Qui siamo abituati a pensare che un’ora di distanza sia tantissimo”, osserva. Una mentalità che oggi influenza anche le sue scelte pratiche: vive e lavora a Milano, ma sta cercando casa a Genova, una possibilità che in passato avrebbe probabilmente escluso proprio per la distanza. A rendere questa prospettiva più concreta contribuisce anche la diffusione del lavoro da remoto, che permette di valutare soluzioni abitative e professionali meno vincolate alla vicinanza geografica tra casa e ufficio.

C’è infine un terzo aspetto che Letizia riconosce come particolarmente caratteristico della cultura australiana: un atteggiamento generalmente più positivo e meno incline alla lamentela. “Anche se hanno tanti problemi, per loro sembra andare sempre tutto bene. Noi italiani, invece, ci lamentiamo continuamente di tutto”.

Oggi Letizia De Francesco vive nuovamente in Italia, ma non considera necessariamente concluso il proprio rapporto con l’Australia: il Paese in cui ha costruito una parte importante della sua vita rimane una possibilità concreta, mentre l’esperienza maturata lontano da casa continua ad accompagnarla anche nel presente.