Anthony Albanese si presenta oggi sulla scena internazionale con la sicurezza di un leader che ha consolidato il proprio potere interno e che intende governare non soltanto per la durata del mandato, ma con l’ambizione di trasformare il partito laburista nella forza “naturale” di governo in Australia.
Non è un caso che, a pochi mesi dalla riconferma elettorale, il primo ministro abbia già spostato lo sguardo oltre il 2028, immaginando un ciclo politico prolungato che non trova precedenti se non nei grandi interpreti della stabilità australiana del dopoguerra.
La strategia è chiara: non inseguire scelte avventurose, non piegarsi agli estremismi, ma mantenere un processo, interno al partito e nel governo, ordinato, metodico, pragmatico.
I laburisti che Albanese continua a offrire all’opinione pubblica si presentano come una forza che ascolta, che media, che prova ad abbassare i toni in un’epoca globale di scontri e polarizzazione. Albanese rivendica un governo che non urla, ma agisce. E i risultati, almeno finora, sono tangibili e sono stati, evidentemente, riconosciuti come validi dall’elettorato: riforme fiscali ricalibrate per favorire le fasce medio-basse, progressi sulle politiche familiari e salariali, un impegno climatico che cerca di equilibrare le richieste degli ambientalisti con le esigenze del mondo produttivo.
Questa stabilità, però, non è un lusso fine a sé stesso. È il capitale politico che consente al primo ministro di affrontare con maggiore autorevolezza la dimensione internazionale, quella che negli ultimi mesi lo ha visto protagonista in sedi simboliche come l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e che lo porterà, il 20 ottobre, nello Studio Ovale della Casa Bianca per un faccia a faccia con Donald Trump.
La settimana newyorkese di Albanese ha messo, però, in scena anche una distanza che può suonare abissale fra due visioni del mondo. Da una parte, il presidente statunitense Donald Trump, tornato sulla ribalta globale con il suo stile unico, pronto a demolire il multilateralismo nel Palazzo simbolo del multilateralismo, a bollare l’azione climatica come un inganno, a denunciare i partner occidentali, di fatto, come complici di Hamas. Dall’altra, il primo ministro australiano che ha scelto la via della moderazione, rivendicando il ruolo di politica responsabile, presentando l’Australia come nazione impegnata nella lotta al cambiamento climatico, nella tutela della legalità internazionale e in un cauto percorso di riconoscimento della Palestina.
La contrapposizione, evidente a New York, diventerà terreno di prova a Washington. L’incontro del 20 ottobre con Trump è un passaggio obbligato e delicato. Non basterà più un selfie, non basteranno sorrisi e frasi di circostanza. L’alleanza con gli Stati Uniti resta la pietra angolare della sicurezza australiana, ma il contesto è reso fragile dal protezionismo trumpiano, dalle tariffe che minacciano le esportazioni farmaceutiche australiane e dall’incertezza sull’AUKUS, l’accordo che punta a ridefinire l’architettura strategica dell’Indo-Pacifico e oltre.
Albanese si presenterà all’appuntamento della Casa Bianca con un doppio obiettivo: ottenere anche una forma di rispetto personale da un presidente che misura i rapporti internazionali sulla base di convenienze immediate, e salvaguardare gli interessi nazionali su dossier cruciali come commercio, difesa, approvvigionamenti energetici e minerari. L’Australia deve convincere Trump che la partnership non è un favore concesso da una forza ‘minore’ a Washington, ma un pilastro di stabilità regionale in un’epoca di dura e feroce competizione con la Cina.
Ma ottenere risultati importanti da questi impegni internazionali sarebbe impensabile senza una struttura solida di forza interna. Albanese guida un partito laburista che si mostra unito, capace, almeno finora, di archiviare le fratture del passato e di presentarsi come un blocco coeso, con un’ampia maggioranza parlamentare e con una nuova generazione di dirigenti che rafforza il senso di rinnovamento.
Il primo ministro sembra avere imparato per bene la lezione dei tempi di Rudd e Gillard: niente guerre intestine, niente colpi di mano. La disciplina interna diventa così il vero collante del governo, insieme a una visione che coniuga giustizia sociale e responsabilità economica. Il messaggio di fondo è lineare: nessuno deve essere lasciato indietro, ma allo stesso tempo nessuno deve essere trattenuto nella sua aspirazione a emergere. È l’idea di una società che unisce sicurezza e opportunità, e che trova nella stabilità istituzionale la garanzia per affrontare le sfide del futuro.
Mentre i laburisti celebrano la loro compattezza, lo spettacolo offerto dall’opposizione è di segno opposto. La sconfitta elettorale di quest’anno ha aperto una crisi che appare culturale oltre che politica. I liberali oscillano tra nostalgie del passato e pulsioni radicali, tra richiami alla moderazione e tentazioni trumpiane. Figure come Andrew Hastie spingono il partito verso una retorica identitaria, fatta di slogan su sovranità, frontiere e famiglia, con il rischio di replicare in Australia il copione della destra populista americana. Tony Abbott e altri ‘grandi vecchi’ del pensiero liberale alimentano il mito di un conservatorismo di stampo salvifico, mentre i moderati faticano a imporsi e a tracciare una linea chiara. La leader Sussan Ley appare quindi sempre più isolata, incapace di ricomporre le fratture, stretta tra un’ala radicale che la delegittima e una base urbana che si allontana.
Il paradosso è evidente: mentre Trump cerca di esportare il suo modello di rivoluzione conservatrice, l’Australia mostra di essere un terreno poco fertile per quell’esperimento. Ogni volta che la destra ha provato a importare ricette d’oltreoceano – dalla crociata contro le politiche climatiche alla retorica anti-immigrati – ha finito per allontanarsi dagli australiani, dalla classe media, perdendo terreno nelle città, tra i giovani, le donne e nelle comunità multiculturali che fanno parte, a pieno titolo, della storia di questo Paese.
Il ritorno di Trump sulla scena internazionale rappresenta, paradossalmente, un banco di prova anche per la politica interna australiana. Da un lato, Albanese deve dimostrare che la sua moderazione non è sinonimo di debolezza, ma di forza strategica. Dall’altro, i conservatori devono decidere se abbracciare il radicalismo trumpiano, rischiando di alienarsi ulteriormente dal centro elettorale, o se riscoprire una vocazione liberale moderna, capace di competere davvero.
La questione climatica è emblematica: mentre Trump liquida la transizione energetica come una “truffa globale”, Albanese insiste su un percorso graduale ma irreversibile verso la decarbonizzazione. La scelta non è solo ambientale, ma economica e geopolitica: l’Australia deve decidere se restare agganciata alla catena di valore delle energie pulite o se ripiegare in un protezionismo fossile che la potrebbe condannare alla marginalità.
In questo contesto, lo “stato di salute” della politica australiana si può leggere in due condizioni ben contrapposte. Da un lato, un governo che ha imparato a gestire i propri equilibri interni, che parla con una sola voce e che prova a rafforzare la reputazione internazionale del Paese. Dall’altro, un’opposizione divisa, più attratta dal canto delle sirene trumpiane che dalla realtà australiana, prigioniera di un dibattito identitario che, ad oggi, non trova riscontro nella società multiculturale e pragmatica dell’Australia di oggi.
Il prossimo 20 ottobre, nello Studio Ovale della Casa Bianca, sarà un test per tutti: per Albanese la prova di essere capace di tenere testa a Trump senza cedere ai ricatti tariffari o alle provocazioni ideologiche; per l’opposizione, la prova indiretta di quale futuro immaginare, osservando se la via trumpiana sia davvero la strada da seguire o se, invece, rappresenti un vicolo cieco.