PECHINO - Di fronte alla militarizzazione dello Stretto di Hormuz e all’instabilità dei flussi marittimi nel Golfo, la Cina accelera la propria strategia di resilienza energetica guardando a Occidente. Il vicepremier cinese Ding Xuexiang inizierà domani una missione diplomatica di tre giorni in Turkmenistan, segnale inequivocabile della volontà di Pechino di rafforzare i corridoi energetici terrestri dell’Asia Centrale. 

Ding, rappresentante speciale di Xi Jinping, parteciperà alla cerimonia di avvio della quarta fase del giacimento di Galkynysh, uno dei più grandi al mondo. La visita servirà a consolidare gli accordi già siglati tra Ashgabat e la China National Petroleum Corporation (CNPC), che prevedono la costruzione di impianti capaci di trattare fino a 10 miliardi di metri cubi annui di gas. 

L’obiettivo finale del Turkmenistan è ambizioso: portare le esportazioni annue verso la Cina dagli attuali 40 miliardi a ben 65 miliardi di metri cubi. 

Secondo Aleksei Chigadaev, ricercatore del New Eurasian Strategies Centre, la mossa cinese fa parte di un piano sistematico per accumulare riserve strategiche di cibo e carburante in risposta a un ordine mondiale sempre più imprevedibile.  

Il Turkmenistan rappresenta il perno di una rete regionale più ampia che include investimenti cinesi da un miliardo di dollari per lo sviluppo di giacimenti di carbone in Uzbekistan e progetti congiunti con il Kazakistan nel campo delle energie rinnovabili per un valore superiore ai due miliardi di dollari. 

I dati ufficiali diffusi oggi confermano l’urgenza di questa diversificazione. Nel primo trimestre del 2026, le importazioni cinesi di gas sono scese del 4%, con una rara flessione del greggio in marzo (-2,8%). Sebbene manchi un dettaglio per Paese, gli analisti attribuiscono il calo alle interruzioni nei Paesi del Golfo dopo il fallimento dei colloqui di pace a Islamabad e l’avvio del blocco navale statunitense a Hormuz. 

Mentre le rotte marittime diventano teatri di scontro, il gasdotto che collega l’Asia Centrale al mercato cinese si conferma l’arteria vitale per garantire la sicurezza energetica di Pechino, permettendole di negoziare con Washington con una mano meno legata alla stabilità dello stretto.