Si ritorna di nuovo a stare comodi in poltrona, a godere della settima arte e degli angoli più distintivi del Belpaese, accompagnati inevitabilmente dal rituale del popcorn, dalle locandine iridescenti, dalle prossime uscite, da sospiri e risate.

È stata inaugurata in tutta Australia la nuova edizione del ST. ALi Italian Film Festival, presentato da Palace Cinemas, con la sua selezione dei migliori film italiani di ultima uscita e i classici senza tempo che hanno consolidato storie d’amore e hanno rivoluzionato significativamente l’immaginazione di generazioni.

Alle due incredibili serate di apertura a Melbourne e Sydney, oltre alla direttrice del Festival, Elysia Zeccola, e all’amministratore delegato di Palace Cinemas, Benjamin Zeccola, è arrivato anche l’ormai celebre attore, sceneggiatore e regista Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, giunto Down Under per la presentazione ufficiale del suo ultimo lavoro cinematografico, …che Dio perdona a tutti, tradotto per il pubblico australiano come Holy Cannoli, e tratto dal suo ultimo omonimo romanzo.

“Sono venuto in Australia due anni fa, ma non so perché me ne sono andato pensando non sarei mai più tornato. E, invece, eccomi qui, al ST. ALi Italian Film Festival, una rassegna cinematografica a cui ambivo. Ora, infatti, li prendo in giro perché quando ho realizzato La Mafia uccide solo d’estate speravo mi invitassero, ma nulla. Ce l’ho fatta al quarto film! – afferma sorridente durante la nostra intervista –. Sui titoli tradotti o alterati del tutto, mi sento sempre uno sportivo. Se si pensa che, cambiandolo, possa portare più gente al cinema, per me va bene; non sono un radicale. Nel film, però, il vero dolce è lo sciù, ma capisco che il cannolo sia molto più ‘vendibile’. Inoltre, ho scoperto quanto sia popolare in Australia”.

L’ironia di Pif è ormai nota per portare con sé quasi sempre una ferita di ordine morale, come se la battuta abbia il compito di scoprire una crepa, di mettere a nudo una zona d’imbarazzo collettivo. E la commedia …che Dio perdona a tutti s’iscrive dentro questa linea con leggerezza, tra lessico siciliano, devozione domestica, pasticceria e catechismo, custodendo anche un soggetto più sottile: il rapporto fra fede e recita, fra appartenenza culturale e verità assoluta.

Pif riparte dalla sua Palermo costruendo una parabola che preferisce un tono lieve e arriva pian piano a toccare un punto delicato: il momento in cui la fede, smettendo di essere semplice linguaggio, torna a chiedere conseguenze.

È l’infanzia del protagonista Arturo, collocata nell’estate del 1982, a fornire al film un’origine buffa e decisiva. Il bambino affida alla preghiera l’esito di Italia-Brasile, ma il trauma arriva quando l’invocazione a Dio sembra funzionare e, proprio per questo, spalanca il dubbio: perché la sua richiesta dovrebbe valere più di quella di un altro bambino (brasiliano, in questo caso)?

Arturo, quindi, ne esce con una fede incrinata e con una nuova forma di assoluto: i dolci siciliani. La cassata, il cannolo, l’iris, lo sciù diventano il vocabolario alternativo di una trascendenza tangibile, un sistema di consolazione capace di sostituire il cielo con la ricotta, la promessa con il cioccolato, l’astrazione con il pistacchio.

Un’immagine tratta dal film Holy Cannoli (…che Dio perdona a tutti) con i due protagonisti interpretati da Pif e Giusy Buscemi

Anche durante la serata di apertura del ST. ALi Italian Film Festival, da “grande amante della ricotta siciliana”, Pif non ha rinunciato alla sua consueta e inconfondibile ironia.

“Ho provato il cannolo realizzato per questa serata [da Cannoleria di Giorgio Linguanti] ed è accettabile, ma abbiamo un problema: li fate con la ricotta di mucca!”, dichiara, facendo scoppiare l’intera sala in una risata fragorosa. Si rivolge poi all’ambasciatore Nicola Lener, presente alla serata di apertura, per chiedere ufficialmente di “importare le pecore italiane” per poter avere “la vera ricotta” anche in Australia.

Nel film, quasi guidato dalla sua insolita adorazione per i dolci, il protagonista Arturo si innamora di Flora, figlia di un celebre pasticciere e decisa a mettersi in proprio, restituendo alla commedia anche un asse sentimentale.

Ma la ragazza è cattolica, credente e praticante, e spingerà Arturo, che dalla religione si era sempre tenuto a distanza, a scegliere la via più umana e insieme più pericolosa: la finzione. Il racconto comincia presto a insinuare una domanda più esigente: che cosa accade quando la performance del credere comincia a produrre effetti sulla coscienza?

“Ho qualche perplessità riguardo alla religiosità e al modo in cui gli italiani vivono il cattolicesimo – mi racconta –. Sono cresciuto con un’educazione cattolica e, a un certo punto, ho iniziato a sentirmi in crisi. Per i bambini della mia generazione era praticamente impossibile non essere battezzati. Oggi, invece, è sempre più comune scegliere di non farlo: mia figlia, per esempio, non è battezzata. Quando ho fatto il casting per trovare il bambino del film, molti non conoscevano neanche il Padre Nostro. Per la mia generazione era impensabile non saperlo recitare a memoria”.

“Personalmente, verso i venticinque anni, mi sono chiesto, ‘Ma io sono cattolico perché ci credo davvero o per pura tradizione familiare?’ – continua Pif –. E ho capito che lo ero soprattutto per l’educazione che avevo ricevuto, non perché mi fossi mai posto davvero le domande giuste. Anche perché, quando parlava il prete, nessuno poteva contestarlo. Invece, credo che la fede debba essere basata anche sul dubbio: porsi delle domande è la cosa più sana”.

Pif durante la serata di apertura del Festival a Melbourne. (Foto: Dijana from Theresa Harrison Photography)

In questo suo ultimo lavoro cinematografico, l’autore e regista si allontana dal racconto ormai consueto della “Sicilia mafiosa” per accompagnarci dentro una commedia popolare intrisa di fede quotidiana, inflessioni dialettali, dolci della tradizione e rituali religiosi.

“Abbiamo fatto un grande lavoro per cercare di raccontare altro e, negli ultimi dieci anni, abbiamo messo da parte la narrazione più stereotipata della Sicilia e della criminalità. Lo dimostra il centro storico di Palermo, così come quello di Napoli: un tempo sinonimi di pericolo, oggi sono pieni di turisti”.

E se sullo schermo la fede, quando si riduce a formule tramandate e consuetudini familiari, può persino offrire una forma di rassicurazione, nella vita reale Pierfrancesco Diliberto si definisce “agnostico”. E, non avendo Dio a cui affidarsi, continua a credere “nell’uomo”.

“Nonostante tutto e nonostante questi tempi molto critici – aggiunge –. Faccio sempre l’esempio dell’autostrada in Italia, dove c’è una corsia d’emergenza. Quando c’è traffico, purtroppo viene utilizzata impropriamente, ma la maggior parte delle persone continua a rispettare le regole e a rimanere nella propria corsia. Ecco, finché quella d’emergenza non sarà piena, io continuerò a credere nell’uomo”.