WASHINGTON - Nel corso del vertice alla Casa Bianca con Donald Trump, il presidente cinese Xi Jinping ha rievocato la celebre “trappola di Tucidide”, uno dei concetti più ricorrenti nell’analisi della rivalità tra Washington e Pechino.
“I nostri due eserciti dovrebbero mantenere un dialogo costante e migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi. La trappola di Tucidide può essere superata”, ha dichiarato Xi, riprendendo una formula che aveva già utilizzato in occasione della visita del presidente statunitense a Pechino lo scorso maggio.
Per cogliere il significato della citazione, occorre risalire alla Grecia del V secolo a.C. e alle pagine della Guerra del Peloponneso, in cui lo storico greco individuava nell’ascesa di Atene e nel timore suscitato in Sparta la causa fondamentale che rese inevitabile il conflitto.
L’espressione è stata resa celebre dal politologo di Harvard Graham Allison per indicare il rischio che lo scontro tra una potenza emergente e una già dominante degeneri in guerra.
Applicando questo schema al rapporto tra Stati Uniti e Cina, Allison sostiene che la crescita economica, tecnologica e militare di Pechino possa inevitabilmente produrre attriti con l’ordine internazionale a guida statunitense. Al contempo, lo studioso ritiene che il conflitto non sia ineluttabile, a patto che entrambe le parti riconoscano la natura strutturale della competizione e la gestiscano sul piano politico.
Nel suo intervento, Xi ha descritto un mondo giunto a un “nuovo crocevia”, attraversato da trasformazioni “mai viste in un secolo” e da un contesto internazionale “fluido e turbolento”. Si tratta della formula con cui la diplomazia cinese definisce da tempo la transizione da un ordine globale occidentale a un sistema in cui la Cina rivendica il proprio ruolo di grande potenza.
Nel messaggio rivolto a Trump, il leader cinese ha presentato il Paese come un attore responsabile, intenzionato a scongiurare lo scontro frontale e a cooperare sui dossier globali, chiedendo al contempo agli Stati Uniti di non considerare l’ascesa di Pechino come una minaccia da contenere.
In questa prospettiva, l’auspicio di “superare” la trappola di Tucidide equivale per la Cina alla costruzione di una relazione tra pari: una dinamica caratterizzata da una minore competizione ideologica, un allentamento della pressione militare nel Pacifico e un maggiore riconoscimento degli interessi cinesi su temi cruciali quali Taiwan, il commercio, la tecnologia e la sicurezza regionale.
La rivalità tra le due potenze si è infatti estesa negli ultimi anni al settore dei semiconduttori, all’intelligenza artificiale e alle catene di approvvigionamento. Secondo diversi resoconti del vertice, Xi ha legato il tema della stabilità globale alla necessità che Washington e Pechino restino “partner, non rivali”, pur all’interno di un confronto sempre più marcato.
Il richiamo a Tucidide assume così la funzione di un monito politico per impedire che la spirale di sfiducia tra la potenza stabilita e quella emergente diventi incontrollabile, suggerendo che vi sia ancora margine per evitare una deriva militare. Un esito che può essere scongiurato se entrambi gli attori accetteranno di definire regole di convivenza riconoscendosi reciprocamente come grandi potenze.
Come di consueto nella retorica di Pechino, la formula mantiene un margine di ambiguità: se per Washington può suonare sia come un invito alla prudenza sia come la richiesta di accettare la proiezione globale cinese, per la leadership orientata rappresenta il modo di sostenere che il vero pericolo non risieda nell’ascesa della Cina, bensì nella reazione statunitense ad essa.