NEW YORK - Dieci pagine frutto di mesi di complessi negoziati diplomatici, presentate al momento opportuno all’attenzione di Donald Trump. Questo il contenuto dell’accordo firmato al Palazzo di Vetro da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, un’intesa definita “fantastica” dal presidente Usa.

Il tycoon sembra così essersi accontentato di poter costruire due basi militari sull’isola artica, dopo che nei mesi scorsi ne aveva minacciato l’invasione e l’occupazione per ottenerne il controllo, mettendo a dura prova la tenuta dell’Alleanza Atlantica. 

“Il possesso ti dà cose ed elementi che non si possono avere firmando un documento che dice che puoi avere una base”, sosteneva il presidente lo scorso gennaio, per spiegare la propria volontà di trasformare la Groenlandia in un territorio statunitense.

Martedì a New York è stato però lo stesso Trump a siglare l’intesa che, in realtà, costituisce un “emendamento e un supplemento” del patto siglato tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951. Come ribadito da mesi da esperti e diplomazia, quell’accordo storico già garantiva a Washington la facoltà di costruire installazioni militari e vigilare sulla sicurezza della regione. 

L’unica rilevante novità rispetto al trattato di difesa di 75 anni fa, aggiornato una prima volta nel 2004, risiede nel fatto che questa volta anche la Groenlandia ha sottoscritto il testo. Il documento riafferma esplicitamente la sovranità danese sul territorio artico, ma sancisce anche il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale, compresa la futura opzione dell’indipendenza da Copenaghen. 

Se da un lato Trump ha annunciato che l’intesa permetterà a Washington di realizzare due basi militari “molto importanti”, il testo diffuso dal governo danese chiarisce che si tratterà dell’ampliamento di vecchie strutture dismesse o esistenti.

La prima sorgerà a Narsarsuaq, nel sud dell’isola, dove fino agli anni ‘50 operava la base statunitense Blue West One. La seconda sarà ubicata a Mestersvig, nella parte orientale, sede di un’unità di slitte trainate da cani dell’esercito danese. 

Gli Stati Uniti otterranno “libero accesso” alle vie di collegamento aeree, terrestri e marittime tra le due stazioni e potranno realizzare nuovi impianti per droni, fermo restando che le autorità danesi e groenlandesi manterranno l’ultima parola su costruzione e localizzazione.

Il testo soddisfa la richiesta di ampliare la presenza militare Usa, fino ad oggi concentrata nella Pituffik Space Base (edificata nel 1953 nel nord dell’isola a poco più di mille chilometri dal circolo polare artico), dove 150 militari gestiscono un sito di monitoraggio di missili balistici per la protezione dell’America del Nord. Già durante la Guerra Fredda, del resto, la presenza statunitense nell’area aveva raggiunto quota 25mila soldati distribuiti su 17 basi, a riprova di come il vecchio trattato offrisse ampi margini di manovra. 

Le reali novità del testo risiedono nelle clausole concepite per impedire a rivali e avversari strategici di ritagliarsi un ruolo militare o economico nell’area. L’intesa sancisce, infatti, il divieto esplicito per le nazioni non Nato di stabilire basi, dispiegare truppe o avviare investimenti nel settore minerario e dei minerali critici senza l’autorizzazione di tutti e tre i Paesi firmatari. 

“Questo accordo affronta in modo permanente e completo le nostre preoccupazioni di sicurezza riguardo alla Groenlandia”, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio, che ha guidato le trattative.

La diplomazia statunitense ha così risposto ai timori ripetutamente espressi da Trump: “Se guardate ora intorno alla Groenlandia, ci sono cacciatorpedinieri russi, cinesi, ci sono sottomarini russi ovunque, noi non permetteremo che la Russia e la Cina occupino la Groenlandia”.

Tali affermazioni erano state tuttavia respinte dalla Nato, le cui fonti diplomatiche avevano evidenziato come non si registrasse “nessuna attività cinese” nell’area e come i movimenti navali russi nell’Artico non avessero subito variazioni significative. 

Restano inoltre aperti gli interrogativi legati alla copertura finanziaria. Nell’annunciare la firma con un post venerdì scorso, Trump ha sostenuto che “non ci saranno costi per gli Stati Uniti” per l’edificazione delle basi e il potenziamento della presenza militare.

La testata Politico sottolinea però l’ambiguità di questo passaggio, considerando gli ingenti costi previsti qualora il Pentagono decida di allestire moderni sistemi di difesa aerea e radar sui vecchi siti. Nel testo dell’intesa non si fa menzione di alcun meccanismo di condivisione delle spese tra le parti. 

Gli osservatori concordano nel valutare l’esito della vertenza. “Leggendo l’accordo, uno si chiede perché tanto rumore per così poco che poteva essere fatto dall’inizio. E penso anche che la Danimarca abbia giocato molto bene, in modo pulito e diplomatico, qualcuno potrebbe parlare del tocco europeo”, ha affermato a Politico Gregoire Roos, direttore del programma Europa della Chatham House.  

“È un prezzo straordinariamente alto per cambiamenti relativamente moderati”, gli ha fatto eco al New York Times Mikkel Runge Olesen, dell’Istituto danese di studi internazionali, rilevando come i limitati vantaggi operativi per gli Usa arrivino dopo i pesanti contraccolpi incassati dalle relazioni diplomatiche con la Danimarca e l’Europa intera.  

Di diverso avviso Daniel Fried, ex ambasciatore statunitense in Polonia e analista dell’Atlantic Council, secondo cui la sigla dell’intesa garantisce a Washington un risultato da presentare come un successo e, soprattutto, “permette agli Usa di fare marcia indietro dalle dannose e inutili minacce di aggressione”.