C’è una cosa che oggi è difficile da spiegare a chi è cresciuto con le piattaforme: noi avevamo un appuntamento. Non potevamo scegliere quando vedere una puntata. Non potevamo metterla in pausa, recuperarla il giorno dopo o guardarci un’intera stagione in una notte. Verso le sette di sera, semplicemente, ci si sedeva davanti alla televisione. E quello che passava era quello che guardavamo. Erano i tempi dei telefilm. Li chiamavamo così, senza farci troppe domande. E in quegli anni ne sono passati talmente tanti da diventare una specie di patrimonio comune della nostra generazione. C’era Happy Days, con Fonzie e il jukebox di Arnold’s. Ma c’erano anche La famiglia Bradford, La casa nella prateria, I Jefferson, Arnold, Mork & Mindy. C’erano Starsky e Hutch, CHiPs, Hazzard, Magnum P.I., Supercar e A-Team. E poi Dallas, Charlie’s Angels, Love Boat. E ancora Miami Vice, Delitti in corsia, La signora in giallo, Mai dire sì, Cuore e Batticuore. Mondi diversi, personaggi diversi, ma tutti capaci di lasciare qualcosa. Li aspettavamo. Riconoscevamo le sigle dalle prime note. Conoscevamo i personaggi, le loro abitudini, le loro frasi. E soprattutto ne parlavamo il giorno dopo. A scuola, al bar, tra amici. “Hai visto ieri sera?” era una domanda normale, perché la risposta, in fondo, la conoscevamo già. La televisione era molto più povera di scelta, ma forse proprio per questo riusciva a creare qualcosa che oggi è più raro: un immaginario condiviso. Non eravamo milioni di spettatori isolati davanti a schermi diversi, ognuno immerso nella propria serie. Guardavamo, più o meno nello stesso momento, le stesse storie. E così quei telefilm sono diventati parte della nostra memoria. Non ricordiamo soltanto le puntate. Ricordiamo quando le guardavamo, con chi eravamo, il televisore acceso in salotto, la cena che si avvicinava. Forse è per questo che ancora oggi, sentendo una vecchia sigla, ci sembra per un attimo di tornare lì. A quell’ora precisa. Quando bastava accendere la televisione per ritrovarsi tutti nello stesso posto.