SYDNEY – Quasi 4mila attività australiane tra caffè, ristoranti e locali da asporto hanno chiuso nei dodici mesi fino a luglio, con un tasso di cessazione vicino al doppio della media nazionale e nuovi segnali che fanno temere un ulteriore deterioramento del settore.
Secondo i dati di CreditorWatch, sono scomparse 3.910 imprese, contro le 3.639 dell’anno precedente. La cifra equivale a circa il 12 per cento del comparto, contro un tasso medio di chiusura del 6,69 per cento nell’intera economia.
“In altre parole, su 100 caffè e ristoranti attivi un anno fa, 12 non operano più”, si legge nel rapporto dell’agenzia.
Il problema non riguarda soltanto le chiusure già avvenute. Il 10 per cento delle attività del settore ha accumulato ritardi di almeno 60 giorni nei pagamenti, una quota quasi doppia rispetto alla media nazionale.
Ancora più preoccupante è il tasso di insolvenza commerciale verso i fornitori, salito all’1,15 per cento: quasi quattro volte la media dell’economia. CreditorWatch ritiene questo indicatore uno dei segnali più affidabili per anticipare future difficoltà finanziarie.
Per l’amministratore delegato Patrick Coghlan, il dato suggerisce che la fase di assestamento della ristorazione sia tutt’altro che conclusa.
“Un tasso di chiusura di uno su otto mostra quanto il settore abbia già assorbito, ma quello da osservare è il livello dei mancati pagamenti ai fornitori, perché indica ciò che potrebbe ancora arrivare”, ha spiegato.
Secondo Coghlan, molte delle attività a rischio non sono necessariamente gestite male. A pesare sono soprattutto i costi, in un comparto tradizionalmente caratterizzato da margini ridotti.
I salari sono aumentati di circa il 3 per cento l’anno dalla metà del 2022, mentre il salario minimo, che riguarda una parte ampia della forza lavoro nella ristorazione, è salito del 30,1 per cento nello stesso periodo.
A questo si aggiungono bollette energetiche più elevate, rincari dei trasporti legati al prezzo del petrolio e aumenti delle forniture.
Per ristoranti e bar sono diventate più costose anche le bevande alcoliche, mentre i caffè devono fare i conti con prezzi più alti per i chicchi di caffè.
Il conflitto in Medio Oriente ha inoltre fatto aumentare i costi del carburante e dei trasporti, aggravando ulteriormente il conto per operatori già costretti a lavorare con spazi finanziari molto stretti.
Sul fronte della domanda, il quadro non è migliore. Le famiglie stanno riducendo la spesa per pasti e consumazioni fuori casa, comprimendo i ricavi proprio mentre aumentano le uscite.
“Molte sono attività ben gestite che vengono schiacciate dai costi, non da una cattiva performance”, ha osservato Coghlan.
Secondo CreditorWatch, l’attuale livello di mancati pagamenti indica che un maggior numero di imprese potrebbero trovarsi in difficoltà nel prossimo esercizio finanziario.