A guardarla bene, andando oltre il contingente e la stretta attualità politica, forse c’è qualcosa di più profondo di un semplice cambiamento nei sondaggi dietro la fase politica che sta attraversando l’Australia in questo momento storico. A modificarsi non è soltanto il rapporto di forza tra governo e opposizione, ma il terreno stesso sul quale si sta preparando il prossimo confronto elettorale.
Per decenni il sistema politico australiano è stato relativamente semplice da leggere: Partito laburista da una parte, Coalizione dall’altra, con le forze minori capaci sì di condizionare il dibattito, di fungere da ago della bilancia in particolari momenti, in Aula e fuori dall’Aula, ma raramente di mettere in discussione l’architettura complessiva dell’alternanza tra i due grandi blocchi. Quel meccanismo continua a esistere, anche grazie al sistema preferenziale, ma la fedeltà degli elettori alle due grandi famiglie politiche si sta progressivamente indebolendo.
Il governo guidato da Anthony Albanese conserva un vantaggio importante: di fronte non ha, almeno per ora, una Coalizione capace di trasformare le reali difficoltà economiche degli australiani in una proposta politica alternativa sufficientemente credibile. Ma i laburisti farebbero un errore se confondessero la debolezza dell’avversario con la solidità del proprio consenso.
I dati dei sondaggi parlano di un Partito laburista in calo e di una Coalizione in condizioni ancora peggiori. È una frammentazione che suggerisce, almeno al momento, quando manca ancora tanto al prossimo voto federale, qualcosa di più di una temporanea oscillazione elettorale: una parte crescente degli australiani non sembra più considerare scontata la scelta tra i due schieramenti tradizionali.
Ed è dentro questo spazio che si inserisce, e sembra che ci sguazzi con una certa soddisfazione, One Nation.
Lo ripetiamo sin da quando abbiamo visto aumentare le quote di concenso nei sondaggi a favore di Pauline Hanson, e del suo partito al momento ancora molto unipersonale, liquidare il ‘fenomeno One Nation’ come un’espressione di voto di protesta sarebbe rassicurante, soprattutto per i partiti cosiddetti maggiori, ma rischierebbe di essere una lettura un po’ miope di ciò che sta accadendo. One Nation, lo dicono le analisi dei sondaggi, sta intercettando elettori che non si riconoscono più nel governo ma che, allo stesso tempo, non vedono necessariamente nella Coalizione la propria destinazione naturale.
Soprattutto, sta portando al centro della discussione temi sui quali i grandi partiti si muovono con maggiore cautela: immigrazione, costo della vita, superannuation, pressione fiscale e accesso alla casa. Le soluzioni proposte da One Nation possono essere criticate, alcune hanno tutto l’aspetto di non riuscire a superare la prova dell’applicazione reale, altre pongono interrogativi seri sulla loro sostenibilità economica. Ma le domande alle quali cercano di rispondere sono reali. Lo si dice spesso delle forze cosiddette ‘populiste’: “Sanno intercettare ‘la pancia’ del Paese”. Ma questo è un problema soprattutto per la Coalizione.
Il Partito laburista ha imparato da tempo a convivere con una forza ‘radicale’ e ‘populista’ alla propria sinistra. Il rapporto con i Verdi non è mai stato facile, ma il sistema delle preferenze ha prodotto negli anni una dinamica elettorale relativamente prevedibile. Sul centrodestra la situazione è profondamente diversa. Chi sceglie One Nation non è necessariamente un elettore liberale temporaneamente parcheggiato altrove. Può essere un elettore che rifiuta entrambi i grandi partiti e le cui preferenze non ritornano automaticamente alla Coalizione.
Inseguire One Nation diventa così una tentazione comprensibile e, contemporaneamente, una trappola, Angus Taylor in fondo lo sa ma, come disse Oscar Wilde, “resisto a tutto tranne che alle tentazioni”.
La discussione sulla superannuation di questi ultimi giorni ne offre un esempio. Nell’area liberale esiste da tempo una componente critica nei confronti dell’attuale sistema obbligatorio. In una fase nella quale molte famiglie faticano con mutui, affitti e costo della vita, la possibilità di utilizzare una parte dei propri risparmi previdenziali prima della pensione esercita un’evidente attrazione politica. Pauline Hanson ha intercettato questa sensibilità e alcuni esponenti liberali hanno riaperto, con argomenti diversi, la discussione sul funzionamento del sistema.
Ma trasformare una frustrazione reale in una politica sostenibile nella pratica è tutt’altra cosa. Per i laburisti la superannuation non è soltanto un dettaglio economico. Insieme alla Medicare, infatti, appartiene al patrimonio politico e identitario costruito dal partito nel corso di decenni. Qualsiasi proposta della Coalizione che possa essere presentata come un indebolimento del sistema offrirebbe quindi al governo un potente terreno di mobilitazione elettorale.
E sarebbe paradossale, perché la Coalizione avrebbe davanti a sé un argomento potenzialmente molto più favorevole: la risposta alle legittime domande degli australiani che fanno sempre più fatica a sostenere il crescente impatto del costo della vita.
È qui che si trova il vero punto di equilibrio della politica nazionale. Il governo può presentare un elenco consistente di interventi. A un anno dalla tavola rotonda sulle Riforme economiche, il ministro del Tesoro Jim Chalmers rivendica l’avvio di oltre sessanta riforme, alle quali se ne aggiungono altre sessanta attraverso il Regulatory Reform Omnibus Bill. Nel documento diffuso dal ministro vengono elencati interventi sulla fiscalità, la concorrenza, gli investimenti, l’intelligenza artificiale, la regolamentazione, l’edilizia, le infrastrutture e il sistema migratorio.
Sono numeri che vanno letti per quello che sono: il bilancio politico tracciato dal governo stesso a un anno dalla tavola rotonda sulle riforme economiche, alias sulla produttività. Non siamo dunque davanti a un governo immobile. Sarebbe poco credibile sostenerlo, si può, e si deve, avere un occhio critico rispetto a certe scelte (leggasi le misure di riforma sul sistema immobiliare), ma non si può negare che qualcosa sia stato fatto.
Il problema politico per Albanese e Chalmers è un altro, e ha a che fare anche con la comunicazione istituzionale: quanto di questa attività è stato ed è realmente percepito al di fuori della ‘bolla’di Canberra?
Gli ultimi dati sui salari illustrano bene la contraddizione tra i numeri e la realtà percepita. Il Wage Price Index è cresciuto dello 0,8 per cento nel trimestre di giugno e del 3,2 per cento nell’arco dell’anno. Il governo sottolinea inoltre che la crescita nominale dei salari è rimasta superiore al 3 per cento per sedici trimestri consecutivi. Ma lo stesso comunicato congiunto di Chalmers e della ministra Amanda Rishworth riconosce che, su base annua, i salari reali sono diminuiti dello 0,8 per cento, perché l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto.
In questo dato è rappresentata perfettamente la distanza tra il narrato e il percepito che la politica dovrebbe comprendere e provare a colmare.