LATINA – Sedici anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale. È la condanna inflitta dalla Corte d’Assise di Latina ad Antonello Lovato, datore di lavoro di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni morto dopo un gravissimo incidente sul lavoro nella pianura pontina. 

La vicenda, diventata simbolo della lotta al caporalato e allo sfruttamento nei campi, risale a poco più di due anni fa.  

Singh perse un braccio, amputato da un macchinario avvolgiplastica mentre lavorava in un’azienda agricola, e secondo la ricostruzione dell’accusa, invece di chiamare subito i soccorsi Lovato lo caricò su un furgone e lo abbandonò davanti casa, con l’arto staccato dal corpo appoggiato in una cassetta della frutta. 

Singh arrivò in ospedale troppo tardi per essere salvato, e proprio il ritardo nei soccorsi è stato al centro del processo e della valutazione dei giudici, chiamati a stabilire se nel comportamento dell’imputato ci fosse il dolo eventuale. La Corte lo ha riconosciuto, pur concedendo le attenuanti generiche. 

I pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra avevano chiesto una condanna a 22 anni. Nella requisitoria, durata circa due ore e mezza, la procuratrice aggiunta di Latina ha definito quella di Satnam Singh “la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all’improvviso, ma lentamente”. 

Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, ha preso la parola anche Lovato. “Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo”, ha detto, dicendosi “certo di non aver voluto la sua morte”. 

In aula erano presenti i genitori di Satnam, la compagna Soni e altri braccianti. Fuori dal tribunale si è tenuto un presidio organizzato dalla Cgil, che si era costituita parte civile nel processo. 

Il segretario generale Maurizio Landini ha sottolineato che il caso non può essere considerato solo una vicenda individuale.  

“Pensiamo che sia necessario non solo che si faccia giustizia, ma anche che emerga con chiarezza che non siamo di fronte a un caso individuale, bensì ad un sistema di fare impresa che va contrastato”, ha detto. 

La morte di Singh aveva scosso l’opinione pubblica e riportato al centro del dibattito le condizioni dei lavoratori agricoli, in particolare dei braccianti stranieri impiegati nelle campagne pontine. La sentenza chiude il primo grado del processo, ma conferma il peso simbolico di una vicenda che ha acceso un faro sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.