ALESSANDRIA – A oltre mezzo secolo dai fatti, la giustizia torna sulla sparatoria davanti alla Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, dove nel 1975 morì il carabiniere Giovanni D’Alfonso durante il blitz per liberare l’imprenditore vinicolo Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato dalle Brigate Rosse il giorno prima.
Il tribunale di Alessandria ha condannato Lauro Azzolini, 83 anni, ex brigatista, a sei anni di carcere “in continuazione” con una precedente condanna del 1983. La sentenza arriva al termine di un processo nato dall’esposto presentato nel 2021 da Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, che aveva chiesto alla procura di Torino di identificare il cosiddetto “Mister X”, l’uomo che dopo lo scontro a fuoco era riuscito a far perdere le proprie tracce.
Il suo nome era già circolato negli ambienti investigativi all’epoca dei fatti, e nel 1983 un giudice istruttore di Alessandria lo aveva indicato in una nota inviata ai carabinieri di Milano, facendo riferimento alle dichiarazioni di due pentiti non meglio specificati. Nel 1987 il procedimento nei suoi confronti fu archiviato.
Secondo quanto emerso, la relativa sentenza sarebbe poi andata distrutta nell’alluvione che colpì Alessandria nel 1994.
Durante il processo è stato lo stesso Azzolini a riconoscere la propria presenza alla Cascina Spiotta. Rivolgendosi a Bruno D’Alfonso, l’ex brigatista ha detto: “Quel giorno ero alla Spiotta. Non doveva andare così. Mi dispiace”.
I pubblici ministeri avevano chiesto per lui 21 anni di carcere, ma i giudici hanno invece optato per un ricalcolo della pena sulla base della sentenza del 17 gennaio 1983 della Corte di appello di Roma, relativa ai fatti di via Fani.
Evitano invece l’ergastolo Renato Curcio, 85 anni, e Mario Moretti, 80 anni, due dei capi storici delle Brigate Rosse. La procura aveva chiesto che fossero dichiarati colpevoli di “concorso morale” nell’omicidio, sostenendo che rientrassero tra le figure apicali che ordinarono il sequestro di Gancia.
I giudici hanno però modificato l’accusa in “concorso in reato diverso da quello voluto” e, con questa formula, hanno preso atto della prescrizione.
Sul terreno, oltre al carabiniere D’Alfonso, rimase uccisa anche Mara Cagol, moglie di Curcio.
Il legale della famiglia del militare, l’avvocato Davide Steccanella, ha sottolineato che l’ex brigatista ha dato alle parti civili “quello che cercavano: un nome”, e per la difesa, dopo mezzo secolo, una pena molto alta avrebbe rischiato di trasformarsi “in una forma di vendetta”.
Nel corso del procedimento Curcio aveva chiesto ai magistrati di indagare anche sulla morte di Mara Cagol. Il pm Gatti ha però spiegato che il quadro probatorio, a distanza di tanti anni, è ormai segnato da testimonianze e indizi lacunosi o contraddittori: “Gli accertamenti si potevano e si dovevano fare allora. Ma non furono fatti”.