A delmo Fornaciari, in arte Zucchero, ha festeggiato i suoi 70 anni nel modo che più lo rappresenta: sul palco. E non un palco qualsiasi, ma quello dell’Arena di Verona, diventato negli anni una sorta di seconda casa musicale per il cantautore emiliano. Proprio lì, in quello spazio senza tempo dove pietra e passione si fondono, ha dato vita a maratone di concerti record che hanno reso l’Arena uno dei cuori pulsanti della musica dal vivo italiana. Quest’anno sono 12 gli spettacoli consecutivi, un traguardo che pochi altri artisti possono vantare. È stata una serata celebrativa, certo, ma anche e soprattutto un’altra tappa di un viaggio artistico che dura da oltre cinque decenni. Un viaggio iniziato con la semplicità e l’incanto delle prime note suonate da ragazzino nella chiesa di Roncocesi, grazie alla complicità del parroco del paese, e proseguito tra le strade polverose del blues, passando per i palcoscenici più prestigiosi del mondo.

Difficile immaginare che quel ragazzo cresciuto nella campagna reggiana, con una passione viscerale per Ray Charles, Otis Redding e i grandi del blues e del soul, sarebbe diventato uno dei nomi più riconoscibili della musica italiana nel mondo. Eppure, con ostinazione e talento, Zucchero è riuscito a portare la sua visione musicale ben oltre i confini nazionali. Non è esagerato dire che sia stato, e continui a essere, un vero ‘ambasciatore’ del soul-blues all’italiana. La sua musica, capace di mescolare il pathos della canzone d’autore con le radici della musica afroamericana, ha conquistato palchi e cuori ovunque, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa all’Estremo Oriente. Un percorso che sembra incarnare alla perfezione il titolo di una celebre canzone di Marvin Gaye, poi portata al successo da Paul Young, caro amico di Zucchero: Wherever I Lay My Hat (That’s My Home). Ovunque posi il cappello, quella è casa mia. E per Zucchero, ogni palco è una casa, ogni pubblico una famiglia da cui ricevere e a cui restituire emozione pura.

Il successo per Zucchero non è arrivato subito. La sua gavetta è stata lunga, fatta di rifiuti, dischi che non vendevano e critiche spietate. Ma la determinazione non gli è mai mancata. Ha resistito, ha studiato, ha ascoltato, ha insistito. E alla fine, ha vinto. Il suo nome è oggi accostato a quello di alcune delle più grandi leggende della musica mondiale. Ha collaborato con Miles Davis (con cui ha inciso Dune Mosse), Eric Clapton, Sting, Bono, Joe Cocker, B.B. King, John Lee Hooker, il già citato Paul Young e tanti altri. In un episodio rimasto celebre, Davis lo invitò a registrare insieme a New York: Zucchero, emozionato, salì su una limousine per incontrarlo e, confuso dalla penombra e dai vestiti neri del trombettista, finì per sedersi in braccio a uno dei miti del jazz. Una gaffe che oggi racconta con il sorriso, ma che all’epoca gli fece tremare le gambe.

Una delle pagine più iconiche della carriera di Zucchero è legata alla nascita di Miserere, brano scritto e interpretato insieme a Luciano Pavarotti. Fu proprio lui a coinvolgere il maestro nel progetto, che poi diede origine al celebre evento Pavarotti & Friends. La versione di prova del brano fu incisa da un allora sconosciuto tenore toscano: Andrea Bocelli. Zucchero fu talmente colpito da quella voce che ne suggerì il nome a Pavarotti. Il resto è storia. Bocelli, da quel momento, iniziò la sua ascesa verso la fama mondiale. In un’altra occasione, Brian May lo invitò a diventare la voce dei Queen dopo la morte di Freddie Mercury. Zucchero rifiutò. Non per mancanza di stima, ma per rispetto: “Freddie era unico”, avrebbe poi dichiarato. Anche questo è Zucchero: un artista capace di misurarsi con i grandi senza mai dimenticare il valore dell’umiltà.

Zucchero è un’anomalia felice nel panorama musicale italiano. Mentre la maggior parte dei colleghi ha sempre gravitato intorno al pop, al rock o alla tradizione melodica, lui ha scelto una strada diversa: quella del soul, del blues, del rhythm & blues. E l’ha fatta sua. Ha preso quei modelli d’oltreoceano e li ha filtrati attraverso la sua sensibilità emiliana, il suo amore per la canzone d’autore, il suo desiderio costante di contaminare generi e culture. Il suo amore per la musica cubana, ad esempio, lo ha portato a registrare un intero album all’Avana, dove si è lasciato affascinare dai racconti sulla gioventù rivoluzionaria di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos. E nel dicembre del 1990, fu tra i primi artisti occidentali a esibirsi al Cremlino, in un momento storico cruciale, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Anche lì, la musica come ponte tra mondi, tra culture, tra ideali.

Come per molti altri artisti fuori dagli schemi, il Festival di Sanremo non è mai stato il terreno più fertile per Zucchero. Ignorato nel 1982, quando tra i partecipanti c’era anche Vasco Rossi, e snobbato nel 1985 con Donne, che però avrebbe poi conquistato l’Italia intera. Eppure, nel 2001, ha avuto la sua clamorosa rivincita: è lui l’autore dei due brani che hanno dominato il podio. Luce (Tramonti a Nord Est), portata al successo da Elisa, e Di sole e d’azzurro, interpretata da Giorgia. Due canzoni che hanno segnato un’epoca e che testimoniano la sua incredibile versatilità anche come autore.

Nel corso degli anni, Zucchero ha ricevuto numerosi riconoscimenti. È cittadino onorario di Memphis, la patria del soul e del blues, una delle onorificenze a cui tiene di più. E nel 2006 è stato nominato Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, per il suo contributo alla cultura e alla promozione dell’immagine italiana nel mondo. E così, a 70 anni, Zucchero non ha spento le candeline in un ristorante elegante o in una festa privata. Lo ha fatto come ha sempre fatto: su un palco, con una chitarra in mano, un microfono davanti e un’Arena gremita a restituirgli amore. Un compleanno speciale, ma anche solo un’altra notte di musica. Perché per lui, come ha sempre detto, “la musica è casa”.