La cosiddetta ‘stanchezza primaverile’ potrebbe essere più un fenomeno culturale che biologico. Nel corso dell’anno non emergono differenze significative nei livelli di stanchezza, nella sonnolenza diurna o nella qualità del sonno tra le diverse stagioni, i mesi o i periodi dell’anno. Anche la velocità con cui cambia la durata delle giornate non sembra essere direttamente collegata alla sensazione di affaticamento. In primavera i giorni diventano rapidamente più lunghi e, proprio per questo, ci si potrebbe aspettare un aumento dell’energia e una riduzione della stanchezza. La percezione di essere più affaticati in questo periodo potrebbe invece essere influenzata anche da fattori culturali e dalle aspettative legate alla stagione. L’espressione ‘stanchezza primaverile’ è ormai ampiamente diffusa e potrebbe portare molte persone a prestare maggiore attenzione ai normali segnali di affaticamento proprio in questo periodo, interpretandoli come parte di un fenomeno stagionale.
Un altro elemento riguarda le aspettative. Con l’arrivo del bel tempo e delle giornate più lunghe, è naturale aspettarsi di essere più attivi, energici e dinamici. Quando il livello di energia percepito non corrisponde a queste aspettative, può emergere una maggiore sensazione di affaticamento. In questo senso, parlare di ‘stanchezza primaverile’ può diventare un modo socialmente condiviso per spiegare la distanza tra ciò che ci si aspetta di sentire e ciò che si prova realmente. Questo non significa che il passaggio tra le stagioni sia irrilevante per l’organismo. La luce naturale influisce sul ritmo biologico umano e sulla regolazione del sonno. Durante i mesi invernali molte persone tendono a dormire leggermente di più e a sentirsi più stanche, anche perché la ridotta esposizione alla luce può influenzare il ritmo interno dell’organismo. Con l’allungarsi delle giornate, invece, ci si potrebbe aspettare una maggiore sensazione d’energia.