LONDRA – Keir Starmer è sfuggito all’inchiesta parlamentare sullo scandalo Mandelson, ma il premier laburista resta sotto tiro.
La Camera dei Comuni ha respinto con 335 voti contro 223 la mozione presentata dalle opposizioni per deferirlo al Privileges Committee, organo bipartisan di sorveglianza che avrebbe dovuto accertare se il primo ministro abbia fuorviato il Parlamento, e quindi mentito, sulla nomina politica di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Usa, alla luce dei tanti buchi emersi nel processo di verifica delle credenziali di sicurezza dell’ex ministro legato a doppio filo col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein.
I deputati del Labour hanno votato contro l’iniziativa delle opposizioni ma diverse decine di ‘ribelli’ si sono espressi in favore della mozione o si sono astenuti malgrado gli ordini di scuderia imposti da Downing Street, a riprova di un sempre più diffuso malcontento nei confronti di Starmer e della sua linea difensiva sulla vicenda.
È la stessa ormai da settimane: l’iter procedurale sulla designazione è stato seguito correttamente, mentre le omissioni sui risultati del controllo di sicurezza sarebbero da imputare ai funzionari del Foreign Office, che non avrebbero informato né i ministri né lo stesso premier. Una ricostruzione contestata da più parti, ma comunque ribadita dal governo, con tanto di accusa rivolta ai Conservatori, promotori della mozione, di voler sfruttare “un espediente politico” per mettere in difficoltà il Labour in crisi di consensi, in vista delle elezioni amministrative del 7 maggio.
Parole respinte con forza, durante il dibattito ai Comuni, dalla leader dei Tory, Kemi Badenoch, secondo cui non solo è stata compromessa la credibilità di sir Keir, accusato di aver mentito ripetutamente sulla vicenda, ma anche dei suoi deputati, colpevoli “di complicità nell’insabbiare” la verità sullo scandalo e sulle responsabilità del primo ministro. Mentre il leader dei libdem, Ed Davey, ha bollato come “non credibile” la linea difensiva del premier e respinto la definizione di “espediente politico” usata dall’esecutivo per liquidare l’iniziativa delle opposizioni.
Intanto crescono le voci di aperto dissenso fra i deputati della maggioranza: una resa dei conti all’interno del Labour rispetto alla precaria leadership di Starmer appare solo rinviata, in vista della prova delle elezioni amministrative, e si potrebbe concretizzare dopo qualche mese se non addirittura qualche settimana dall’appuntamento del 7 maggio, a seconda della portata di una sconfitta alle urne già preannunciata dai sondaggi.
Del resto, nei giorni scorsi sono stati sentiti dalla commissione Esteri dei Comuni alcuni dei protagonisti del caso che fa tremare Downing Street. Come Morgan McSweeney, ex influente capo dello staff del primo ministro, sacrificatosi nei mesi scorsi sull’altare dello scandalo Mandelson lasciando il suo incarico. Ha dichiarato che la decisione finale sulla designazione non è stata sua ma di Starmer, oltre ad apparire reticente sulla completezza del materiale inviato dal governo al Parlamento sull’iter di nomina dell’ex ministro: cosa che potrebbe essere usata dalle opposizioni per rilanciare l’accusa al premier di aver fuorviato la Camera dei Comuni.
Mentre Philip Barton, segretario generale del Foreign Office ai tempi dell’avvio della nomina, ha dichiarato davanti alla commissione che l’ufficio di gabinetto di sir Keir non mostrò mai alcun “interesse” per una verifica “rigorosa” delle credenziali di Mandelson. Ha poi confermato le pressioni arrivate dai vertici del governo, come già aveva denunciato il suo successore Olly Robbins, rimosso di recente dall’incarico su iniziativa del premier, con l’accusa di aver deliberatamente taciuto il mancato superamento dei controlli sull’ex eminenza grigia del New Labour.
Lo scandalo Mandelson resta così al centro della scena e rappresenta una minaccia costante per Starmer.