AVIGNONE - La storia di Stefano Pepemauro, autore e interprete di Mon cousin italien – Un Calabrais en France, si costruisce come un movimento continuo tra luoghi, identità e lingue, e finisce per assomigliare essa stessa al viaggio che mette in scena, un percorso che dalla Calabria attraversa l’Italia e approda in Francia, come necessità esistenziale, come ricerca di una forma possibile di sé.
E infatti è lui stesso a raccontare, con una lucidità che si intreccia continuamente all’ironia, che “bisognerebbe partire da molto lontano”, perché ogni traiettoria artistica, prima ancora che professionale, è una stratificazione di deviazioni, ritorni, rinascite, e nel suo caso tutto comincia a Urbino, dove arriva dopo la Calabria per studiare Economia e Commercio ma finisce per incontrare il teatro quasi per attrito, entrando in una compagnia e scoprendo una dimensione che inizialmente lo aveva addirittura respinto, dopo un’esperienza in un’accademia romana che, come dice, lo aveva “allontanato più che avvicinato, per via di una competizione interna troppo forte”.
Eppure, il teatro torna, si ripresenta, si insinua in un percorso che nel frattempo passa anche attraverso la filosofia, attraverso il lavoro nel teatro sociale e nelle carceri, e soprattutto attraverso una vita familiare che diventa, nelle sue parole, una vera e propria scuola di scena, perché “i miei figli mi hanno insegnato tutto il teatro che conosco”, dice, quasi a ribaltare l’idea stessa di formazione accademica.
Intanto, tutt’intorno prende forma una consapevolezza artistica che si nutre di esperienza più che di teoria, fino alla svolta decisiva del teatro di strada e della commedia dell’arte, praticata in tournée lungo la costa adriatica in un’esperienza che lo porta da Pesaro a Chioggia per quarantacinque giorni e che diventa, per sua stessa ammissione, il momento in cui nasce l’idea concreta di partire, insieme ad altri compagni, verso la Francia, perché “in Italia è difficile”, dice senza retorica ma con constatazione, mentre aggiunge che “non è che in Francia sia semplice, ma c’è un sistema diverso e soprattutto un pubblico più presente, con una percentuale di frequentazione teatrale che raddoppia rispetto a quella italiana”.
Ed è così che entra all’Accademia Internazionale delle Arti dello Spettacolo di Versailles, a quarantquattro anni, unico adulto in mezzo a una classe di ventenni, e lì costruisce una nuova professionalità che lo porterà, dieci anni dopo, a essere pienamente inserito nella scena teatrale francese, ma sempre con quella doppia appartenenza che diventa materia viva del suo lavoro.
Questa doppia appartenenza, geografica e culturale, rappresenta il nucleo pulsante di Mon cousin italien, spettacolo che nasce prima di tutto come esperienza scenica e solo successivamente come testo pubblicato da L’Harmattan, e che lui stesso definisce come un lavoro che contiene in sé già la sua forma teatrale originaria, tanto che il libro e lo spettacolo finiscono per essere complementari.
“Il libro è più denso, ma lo spettacolo ha bisogno della scena”, mentre l’altro completa il primo attraverso i riferimenti storici e narrativi che, portati integralmente sul palco, avrebbero trasformato la rappresentazione in qualcosa di troppo lungo e quindi inefficace. Al centro rimane sempre la storia di un uomo che parte dalla Calabria, passa per Urbino e arriva in Francia, e che in questo percorso riconosce una scissione identitaria che lui stesso sintetizza con un’immagine potente, quella di un cuore che si divide in due, “una parte resta e una parte se ne va”, perché l’emigrazione non è mai solo un movimento esterno ma una trasformazione interna che riguarda il modo stesso di percepirsi nel mondo.
Nello spettacolo questa esperienza diventa racconto autobiografico esplicito, soprattutto nella seconda parte, dove la sua storia personale emerge senza filtri, mentre la prima parte costruisce invece una riflessione più ampia sulla ricerca di sé, anche attraverso il riferimento filosofico al “conosci te stesso”, come se il viaggio geografico fosse sempre accompagnato da un viaggio interiore che tenta continuamente di dare forma a una identità instabile.
In questo percorso, la questione del lavoro artistico emerge con forza sociale e politica, perché Pepemauro non nasconde la difficoltà di fare l’attore in Italia, soprattutto nel Sud, dove spesso, come dice, “se non hai amicizie particolari non sfondi neanche”, e dove permane una visione culturale per cui l’artista non è considerato un vero lavoratore a meno che non raggiunga una visibilità mediatica riconosciuta, mentre in Francia esiste invece un sistema di sostegno pubblico, imperfetto e faticoso ma reale, che permette almeno una forma di sopravvivenza professionale, e dentro questa differenza si inserisce anche una riflessione più ampia sull’identità italiana all’estero, su quella presenza diffusa che lui riconosce nelle strade di Parigi dove “sento parlare italiano ovunque”, quasi a sottolineare una diaspora costante che non è solo fuga ma anche disseminazione culturale.
Tuttavia, il cuore dello spettacolo non è mai solo denuncia, piuttosto una continua oscillazione tra ironia e consapevolezza, tra racconto personale e dimensione collettiva, tra memoria e rappresentazione, che trova la sua forma più compiuta proprio nell’uso di linguaggi diversi, teatro contemporaneo, musica, canto e commedia dell’arte, scelta che non nasce dal desiderio di mostrare tutto ciò che si sa fare ma dalla necessità di trovare per ogni momento la sua forma espressiva più giusta, perché, come gli ha ricordato il regista Vincenzo Cirillo, “non bisogna dimostrare le proprie capacità: bisogna raccontare una storia”.
E allora la canzone diventa talvolta più efficace della parola, la maschera della commedia dell’arte permette di dire ciò che senza maschera non sarebbe dicibile, e la figura di Giangurgolo, maschera calabrese tradizionale, si trasforma in antagonista drammaturgico che riporta continuamente il protagonista alla realtà, contrapponendosi al suo ottimismo e creando una tensione scenica che diventa motore narrativo.
La maschera si lega anche una memoria storica più ampia, quella degli attori italiani che già dal Cinquecento attraversavano l’Europa per recitare nelle corti francesi, portando con sé una tradizione che oggi ritorna in forma contemporanea e che nello spettacolo diventa anche un modo per interrogare il presente. Tutto questo prende forma in una versione dello spettacolo che, rispetto alle prime messe in scena parigine, è stata profondamente rielaborata da Vincenzo Cirillo, il quale ha invertito la struttura narrativa, trasformando il finale in apertura e riorganizzando il ritmo complessivo per renderlo più leggibile anche a un pubblico non italiano, perché, come racconta l’autore, nelle versioni precedenti “gli italiani capivano il percorso, ma i francesi a un certo punto si perdevano”, e quindi la regia è diventata una necessità di comunicazione, un lavoro di equilibrio tra fisicità, parola, musica e racconto vissuto, affinché lo spettacolo potesse funzionare immediatamente.
E se tutto questo percorso si chiude idealmente con una domanda sul senso dell’emozione che lo spettacolo vuole lasciare al pubblico, la risposta si condensa in una parola che attraversa anche il suo lavoro musicale, Je suis optimiste, perché l’ottimismo diventa per lui una postura esistenziale prima ancora che artistica, “come il peperoncino nella vita”, dice, e serve per continuare a inseguire i propri sogni senza fermarsi alla prima difficoltà, “perché i sogni – racconta - sono come treni ad alta velocità: corrono velocissimi, ma se li rincorri prima o poi si lasciano raggiungere”, e proprio in questo inseguimento si realizza la possibilità della conoscenza di sé, anche quando il sogno non coincide perfettamente con l’attesa, anche quando la conquista porta con sé una forma di disillusione, che però diventa parte stessa del percorso.
Il lavoro approda così al Festival Off di Avignone 2026, dove Mon cousin italien sarà in scena dal 4 al 25 luglio al Théâtre Pierre de Lune, inserendosi nella vitalità del teatro contemporaneo europeo che ogni anno trasforma la città in una costellazione di spettacoli, incontri e linguaggi.