“Non vogliamo più assistere a morti annunciate, diritti violati, persone calpestate per garantire il cibo sulle nostre tavole”. Il sindacato ha annunciato così la manifestazione per i quattro lavoratori agricoli arsi vivi dentro un’automobile ad Amendolara, in Calabria; quattro migranti sfruttati e schiavizzati per la raccolta delle fragole, assassinati per aver chiesto di essere pagati per il loro duro lavoro.
L’orrore è stato confermato da descrizioni raccapriccianti e immagini crude: un’automobile bruciata, corpi carbonizzati, un luogo squallido dove è calato il sipario sulla vita di quattro esseri umani. Per qualche giorno l’episodio ha galvanizzato l’attenzione dei media, ma di tanti altri fatti crudeli nemmeno sappiamo. Spiega infatti Giovanni Ferrarese, studioso del caporalato, che la violenza nei confronti dei braccianti, nelle campagne italiane, non è occasionale, ma sistemica e generalizzata ed è una violenza che include minacce, umiliazioni, punizioni e anche lo stupro, usato come strumento di dominio sulle donne migranti. L’omicidio è, insomma, solo l’estrema possibilità, che viene messa in atto quando le altre forme di violenza non sono bastate a sottomettere completamente le vittime: chi si ribella deve essere punito, anche con la morte e la questione non riguarda solo la Calabria o il meridione, il caporalato è diffuso anche nelle zone agricole settentrionali.
La professoressa Anna Corrado, dell’Università di Reggio Calabria, ha descritto il caporalato come una forma di “delocalizzazione in loco”, perché invece di spostare la produzione in un altro Paese dove la manodopera costa poco, con il caporalato si mettono in atto una serie di strumenti per ottenere comunque l’ipersfruttamento dei lavoratori e garantire alle aziende il massimo profitto. Ci nutriamo così di frutta e verdura raccolta da migranti che lavorano in condizioni durissime per molte ore al giorno e, se chiedono di essere trattati umanamente o meglio pagati, vengono stuprati, malmenati, qualche volta assassinati.
Dopo l’eccidio di Amendolara il governo ha annunciato un “tavolo emergenza” ma, secondo gli esperti, non servirà a nulla, perché non si tratta di emergenza ma di un sistema: i migranti vengono inseriti in un circuito di “servizi” che includono il reclutamento a giornata, il trasporto sui campi, la fornitura di acqua, cibo e alloggio, in condizioni quasi sempre primitive e malsane, e per tutto questo i braccianti devono pagare lo stesso padrone che li sfrutta. Tutto è organizzato in loco dalle aziende, in combutta con i caporali, in zone rurali spesso isolate dove quasi nessuno è testimone di quel che accade. Non esistendo alternative, i migranti non hanno altra possibilità, per lavorare, mangiare e dormire, che rivolgersi ai caporali: una situazione che un Paese democratico dovrebbe trovare la forza di smantellare, non solo perseguendo i colpevoli ma garantendo anche una rete di servizi tale da rendere superfluo il caporalato.
Ma non è solo questione di condizioni di lavoro umane e di giustizia salariale: andando più a fondo si scopre che lo sfruttamento nei campi è strettamente correlato al modo di produzione, in quanto avviene soprattutto nelle grandi aziende, quelle che aderiscono al modello agro-industriale capitalista che, in nome della massimizzazione dei profitti, invoca la necessità di sfruttare tutto, dalla terra, agli animali, agli esseri umani, senza preoccupazioni etiche.
A livello politico si sostiene che questo modo di produzione è ormai inevitabile, perché l’agricoltura industriale intensiva è indispensabile per sfamare l’intera popolazione mondiale e i contadini “tradizionali” sono comunque in via di estinzione, specialmente in Europa.
I dati ufficiali della FAO offrono però un’istantanea ben diversa e informano che, ancora oggi, l’80% del cibo disponibile sul pianeta viene prodotto da piccole e medie imprese contadine, che le donne garantiscono la produzione del 70% della produzione a livello mondiale e che, se in Asia ben l’85% dell’agricoltura è ancora praticata in modo tradizionale, in Europa questa percentuale è comunque attestata al 68%.
Negli ultimi decenni l’agricoltura contadina ha avuto una rinascita in Italia e conta oggi su un milione e 300mila piccole e piccolissime aziende, molte delle quali nate sulla spinta di giovani che hanno un’alta formazione in materia e sono “tornati alla terra”, spesso dopo la disillusione di una vita urbana di angoscia e alienazione. Su queste microimprese continua a poggiare il sistema agroalimentare italiano, nonostante la competizione iniqua del modello industriale.
Alcune di queste aziende si sono messe in rete attraverso L’ARI - Associazione Rurale Italiana, aderente al movimento internazionale “La via Campesina”, che riunisce milioni di contadini di tutto il mondo.
L’ARI promuove pratiche agricole rispettose del lavoro, della salute, del benessere animale, dell’ambiente naturale e dei suoli e sostiene la necessità di una politica di sovranità alimentare, intesa come processo di responsabilizzazione dei popoli per promuovere un’agricoltura non imposta dall’esterno ma adatta alle persone e ai luoghi in cui viene messa in pratica. Il movimento è impegnato anche a livello politico e ha elaborato alcune proposte di legge, tese ad agevolare e promuovere questi obiettivi.
Non possiamo certo smettere di acquistare gli alimenti indispensabili alla vita, ma come consumatori possiamo tutti giocare un ruolo. Non servirebbe boicottare un bene particolare, come le fragole, sull’onda dello sdegno provocato dall’eccidio di Amendolara perché, in mancanza di meccanismi adeguati di certificazione, non è possibile sapere quali, fra i prodotti che troviamo sui banchi di mercati e supermercati, sono stati coltivati e raccolti senza sfruttamento. Possiamo però sostenere le campagne promosse da quei milioni di contadini che non si rassegnano al dominio dell’agroindustria. Anche in Australia, dove quel modello è prevalente, c’è chi ha aderito alla Via Campesina.
Sostenere la loro lotta, fatta di azioni nonviolente e tenaci, potrebbe consentirci di riconquistare il diritto ad un cibo non solo sano ma anche equo, non prodotto tramite lo sfruttamento crudele di persone ed animali e il depauperamento dei suoli. Come consumatori possiamo appoggiare queste lotte e sarebbe un buon modo per non dimenticare troppo in fretta i braccianti di Amendolara, schiavi bruciati per il profitto, già scomparsi dai notiziari. Una solidarietà che potrebbe anche farci sentire meno colpevoli, quando arrivano le fragole sulle nostre tavole.