Quando è arrivata la notizia della sua morte era da poco riapparso in libreria Stranalandia, un suo vecchio, buffo libro, illustrato dal pittore Pirro Cuniberti. Gli esseri immaginari che vi sono descritti e disegnati io li avevo incontrati negli anni Novanta, sotto forma di pupazzi, negli uffici della rete che organizzava allora l’assistenza ai profughi in fuga dalle guerre scoppiate nell’ex Jugoslavia. Mi mostrai sorpreso dalla presenza di quelle buffe sagome nella sede di un movimento che si occupava di cose tanto gravi e mi spiegarono che lo scrittore aveva messo a disposizione i suoi personaggi per iniziative di raccolta fondi e stava aiutando ad organizzare un evento di solidarietà che avrebbe coinvolto tanti artisti disposti ad esibirsi gratuitamente per sostenere il loro lavoro. Perché Benni non era solo uno scrittore, ma anche uno che si dava da fare e, quando poteva, metteva mano al portafoglio per aiutare una causa giusta, ma così, con discrezione, senza farsi pubblicità.
Rimasero sorpresi quando confessai di non aver mai letto nulla dell’autore bolognese così, per rimediare a quella figuraccia, divorai in fretta tutti i suoi libri. È quindi grazie a quegli esseri strampalati, ritrovati l’anno scorso in una libreria romana, che mi sono innamorato del lavoro di questo grande scrittore italiano del Novecento e mi sono immerso nelle sue storie, popolate da personaggi umanissimi e, per questo, sempre imperfetti. Lupetto, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Achille piè veloce, Baol, Elianto, Prendiluna e tanti altri hanno popolato la mia vita, solleticato la mia immaginazione e continuano a farmi sognare e riflettere, come la buona letteratura dovrebbe forse sempre fare.
Per una serie di improbabili circostanze, come accade appunto in un romanzo dalla trama imprevedibile, Stefano Benni ho poi avuto la fortuna di ospitarlo quando vivevo a Melbourne con moglie e figli: lo rattristava starsene da solo in una stanza d’albergo e mi chiese ospitalità. Dopo aver amato lo scrittore, ho potuto così conoscere l’uomo e non ho trovato contraddizioni fra i due.
È nata così l’amicizia con un artista che non aveva alcuno snobismo e si è rivelato persona semplice, quasi umile; un tipo simpatico e amichevole, curioso di tutto, amante della natura, degli animali e della buona cucina, pronto alla battuta, ma anche improvvisamente triste e malinconico, corrucciato per le brutture del mondo e preoccupato per il futuro del suo amatissimo figlio. Ho avuto, insomma, la fortuna di conoscere un artista umanissimo, che assomigliava, in fondo, a tanti suoi personaggi. Il Lupo, come lo chiamavano gli amici, non era affatto un solitario, come il soprannome suggeriva, anche se, periodicamente, si ritirava per lunghi periodi in un luogo appartato, in Sardegna, per completare i suoi libri; era invece un uomo tenero e delicato che aveva bisogno di vicinanza e a cui piaceva essere coccolato; stava bene con la gente semplice ed era davvero impossibile non volergli bene, anche se, a tratti, poteva diventare impenetrabile e, nei momenti di rabbia, minaccioso come un cielo carico di nuvole nere: ma la tempesta durava poco e quella rabbia era soprattutto scoramento per le tante ingiustizie che vedeva attorno a sé, le stesse che, poi, finivano nei suoi scritti.
I romanzi di Benni sono anche pieni di struggente nostalgia per qualcosa del mondo che si è perso, con l’urbanizzazione selvaggia, le speculazioni e il costante inginocchiarsi della società ai dettami del mercato capitalista. Non si tratta solo di boschi che muoiono e civiltà rurali che scompaiono, la preoccupazione dello scrittore andava più a fondo, fino al cuore dell’uomo che ha perso l’orientamento, come in questo passo tratto dal romanzo Saltatempo: “I soldi sono diventati diversi, non sono più qualcosa che tieni in tasca per comprare quello di cui hai bisogno. Sono dei macigni che calano sulla testa della gente e la stordiscono, nessuno più dice che gli sta andando bene, tutti sono scontenti e i soldi non bastano mai”. E quest’altro, sulla corruzione del potere: “guarda intorno al tiranno che tu odi e troverai mille servi e mille complici. Guarda intorno a loro e ne troverai altri mille e ancora mille”.
Me lo ricordo, il Lupo, seduto sul divano della family, incuriosito dai pappagalli che venivano a beccare le mele in giardino. Li osservava, sorrideva e parlava. Quelle conversazioni mi hanno arricchito e certe sue riflessioni mi sono rimaste appiccicate addosso, tanto che ancora oggi mi capita di rifletterci, come quella volta in cui gli raccontavo di mio padre partigiano e lui osservò: “siamo stati fortunati, siamo la prima generazione di italiani che non ha dovuto scegliere se ammazzare o fuggire”.
Discorrendo degli artisti che viaggiano sempre controvento e finiscono per scontrarsi col potere, mi spiegò che non poteva essere altrimenti, che gli artisti veri vanno “in direzione ostinata e contraria”, come cantava De André, ma che non si trattava di una posa eroica ma di una cosa naturale, perché lo sguardo sul mondo dell’artista è sempre diverso da quello cinico dei politici o degli economisti; il vero artista, diceva, vive sempre a disagio nei suoi tempi. Da quel disagio nascono le canzoni, i romanzi o le poesie, che magari il potere neppure capisce.
È passato un anno da quando il Lupo se n’è andato e i tempi sono sempre oscuri. Ripenso alle nostre conversazioni e sento che ci sarebbe bisogno di tornare a leggerlo, parlarne, studiare fino in fondo la sua particolare biografia artistica. Perché, che sia Italia, Australia e qualche altro luogo sul pianeta, dappertutto è sempre un po’ Stranalandia e i personaggi imperfetti di quei romanzi, così teneri e temerari, possono aiutarci a capirlo, questo mondo incomprensibile, forse anche indicarci la via per cambiarlo un po’, in meglio.