TAIPEI - Non tira una buona aria a Taiwan. Il presidente taiwanese Lai Ching-te è arrivato a metà del suo mandato stretto in una triplice morsa: la costante pressione militare della Cina, un parlamento nazionale controllato da un’opposizione che spinge per un rapporto meno conflittuale con Pechino, e l’incertezza strategica seguita al recente viaggio di Donald Trump in Cina. 

Il difficile equilibrio con gli Stati Uniti rappresenta oggi una delle spine più dolorose per Taipei. Durante il bilaterale a Pechino, Donald Trump ha discusso a fondo dell’isola con il presidente cinese Xi Jinping, arrivando a definire una nuova vendita di armi a Taipei (un pacchetto di forniture militari USA da 14 miliardi di dollari attualmente congelato da Washington per facilitare i vertici bilaterali) come una possibile “carta negoziale”.

Di contro, Xi ha posto la questione in termini perentori, avvertendo la Casa Bianca che una gestione “scorretta” del dossier Taiwan potrebbe innescare uno scontro diretto tra le due superpotenze mondiali. 

Dopo il vertice, Trump ha assicurato di non aver assunto impegni vincolanti con la Cina, ma ha inviato un messaggio gelido a Taipei, precisando che Washington non intende tollerare che l’isola dichiari l’indipendenza contando sul presupposto del sostegno automatico degli Stati Uniti.

Lai Ching-te ha risposto ringraziando l’amministrazione Usa per il supporto continuativo, ma ha tenuto a precisare che non esiste una vera e propria “questione di indipendenza” per il semplice fatto che la Repubblica di Cina (Taiwan) e la Repubblica Popolare Cinese sono già entità sovrane e non subordinate l’una all’altra. 

Sul fronte interno, la leadership di Lai deve fare i conti con una profonda polarizzazione e uno Yuan Legislativo (il parlamento) dominato dal partito nazionalista Kuomintang (KMT) e dai suoi alleati del Partito del Popolo di Taiwan (TPP). Questo blocco di opposizione sta frenando sistematicamente i piani governativi per il rafforzamento della difesa nazionale di fronte all’assertività di Pechino.  

Le tensioni istituzionali si traducono in continui ostruzionismi legislativi: l’opposizione ha approvato con forte ritardo il bilancio della difesa, stralciando interamente i fondi destinati alla produzione nazionale di droni, e sta rallentando il bilancio generale, minacciando persino di far saltare un accordo commerciale chiave negoziato proprio con l’amministrazione Trump.  

Questo stallo politico contrasta fortemente con la straordinaria salute dell’economia taiwanese, trainata dal boom tecnologico globale.

Nel primo trimestre, il Pil dell’isola è cresciuto del 13,7%, segnando il ritmo più rapido da decenni, mentre la capitalizzazione della Borsa locale ha superato quelle di giganti come Canada e Regno Unito. Il motore di questa ascesa resta la Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), il principale produttore di microchip a contratto al mondo, che ha reso l’isola un perno insostituibile della catena di approvvigionamento tecnologica globale. 

Tuttavia, i benefici della “Silicon Shield” non sono distribuiti in modo uniforme tra la popolazione e il consenso di Lai rimane fragile. Secondo l’ultimo sondaggio My Formosa, ripreso da Nikkei Asia, il 47,5% degli intervistati si dice insoddisfatto della sua azione, contro il 44,5% di giudizi positivi.  

Se da un lato i sostenitori del presidente evidenziano i passi avanti cruciali nella sicurezza interna (come le 17 riforme introdotte all’inizio del 2025 su cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e contrasto alle infiltrazioni), dall’altro l’opposizione accusa Lai di autoritarismo.

La spaccatura è talmente profonda che esponenti del Kuomintang, come Cheng Li-wun che ha recentemente visitato Xi Jinping a Pechino, descrivono la Cina non come una minaccia esistenziale, ma come il futuro economico dell’isola, identificando nel presidente in carica il vero pericolo per la stabilità. 

Per Taipei i prossimi due anni saranno decisivi. Sullo scacchiere internazionale, il rischio concreto è che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, unite alle incertezze politiche statunitensi, facciano scivolare Taiwan in secondo piano nelle priorità dell’Occidente, permettendo a Pechino di restringere ulteriormente gli spazi diplomatici dell’isola.  

Nel frattempo, la Repubblica Popolare Cinese continua a muoversi seguendo la doppia linea del bastone e della carota: da una parte mantiene costante la pressione militare attraverso quotidiane incursioni aeree nella zona di identificazione della difesa taiwanese, dall’altra rilancia la proposta di un rientro pacifico sotto la sovranità di Pechino basato sul sistema “un Paese, due sistemi”, già applicato a Hong Kong e Macao.  

Questa offerta si scontra però con la rigida realtà della ex colonia britannica, dove l’introduzione della severa Legge sulla sicurezza nazionale ha progressivamente eroso le libertà civili e l’autonomia dei cittadini, alimentando forti perplessità e una netta diffidenza all’interno della società taiwanese sul reale valore delle garanzie offerte da Pechino.