WASHINGTON – Donald Trump ha chiuso la campagna elettorale prima del voto di martedì (oggi in Australia) alternando un duro attacco ai Democratici a un lungo intervento dedicato ai lavori di ristrutturazione del Lincoln Memorial Reflecting Pool, mentre la battaglia per il controllo del Congresso resta aperta su più fronti.

“Queste sono le elezioni di metà mandato più importanti della nostra storia”, ha dichiarato il presidente, accusando i Democratici di aver candidato “jihadisti per portare avanti la loro agenda estremista”.

“Abbiamo lanciato l’età dell’oro e non consentiremo che ce la portino via”, ha aggiunto.

Nel suo unico intervento pubblico, Trump ha tuttavia dedicato oltre 20 minuti a tubature, giunti, sigillature, rivestimenti in granito, alghe e perdite durante la riapertura del Reflecting Pool di Washington.

L’ex immobiliarista ha mostrato anche illustrazioni dei lavori completati e citato altri progetti nella capitale, tra cui il prato della Casa Bianca, una nuova piazzola per Marine One, un campo da golf e un arco trionfale oggetto di una controversia giudiziaria.

Il riferimento diretto al voto è stato più breve: “Quando votate, ricordate: un partito che odia l’America non può essere autorizzato a governare sul popolo che ha costruito il nostro Paese”.

La posta in gioco resta elevata.

Una maggioranza Democratica anche in una sola Camera limiterebbe la capacità di Trump di approvare leggi e consentirebbe all’opposizione di avviare indagini sull’amministrazione. Il controllo del Senato permetterebbe inoltre ai Democratici di bloccare nomine ai tribunali federali, compresa la Corte Suprema.

La corsa più turbolenta delle ultime ore è quella del Michigan.

La deputata Democratica Haley Stevens, sconfitta alle primarie del Senato da Abdul El-Sayed, ha annunciato a sorpresa il proprio sostegno al Repubblicano Mike Rogers e si è presentata con lui in una chiesa di Detroit.

Il seggio è cruciale per il tentativo democratico di ribaltare l’attuale maggioranza Repubblicana di 53 a 47.

Dopo l’annuncio di Stevens, la campagna di El-Sayed ha riferito di aver raccolto 2,4 milioni di dollari in una sola giornata, la cifra più alta dell’intera corsa, grazie a oltre 65mila donatori con contributi medi di 36,74 dollari.

El-Sayed, musulmano americano di origine egiziana nato nel Michigan, è stato bersaglio di ripetuti attacchi da parte di Trump e di altri Repubblicani, che ne hanno messo in dubbio la lealtà agli Stati Uniti e lo hanno definito senza prove un simpatizzante del terrorismo. Il candidato Democratico ha bollato tali accuse come “vergognose”.

La madre di Stevens, Maria Marcotte, ha spiegato che la figlia avrebbe deciso di appoggiare Rogers perché preoccupata da quella che considera una retorica politica pericolosa da parte di El-Sayed, citando anche le sue precedenti apparizioni con il commentatore Hasan Piker.

Sul fronte giudiziario, l’amministrazione Trump ha cercato di intervenire in due contenziosi elettorali.

In Alaska, un giudice federale ha respinto il ricorso del Dipartimento di Giustizia che mirava a bloccare la certificazione dei risultati qualora il senatore Repubblicano Dan S. Sullivan perdesse di misura.

Il caso riguarda la presenza sulla scheda di un altro candidato, Daniel J. Sullivan Jr., che secondo il governo potrebbe confondere gli elettori. La Democratica Mary Peltola ha negato qualsiasi coinvolgimento nel suo ingresso nella corsa, così come Sullivan Jr. ha negato coordinamenti con la sua campagna.

In California, Trump ha invece presentato una richiesta d’emergenza alla Corte Suprema per sospendere il conteggio di oltre 20mila schede postali appartenenti a elettori che funzionari federali ritengono possano non essere cittadini statunitensi.

Lo Stato ha respinto la contestazione, sostenendo che il procedimento rischia di privare del voto migliaia di persone sulla base di accuse vaghe e di un sistema di identificazione soggetto a errori.