WASHINGTON - La tregua tra Stati Uniti e Iran, avviata lo scorso 7 aprile, è ormai “in terapia intensiva”. Con questa drammatica immagine, Donald Trump ha descritto lo stato di un cessate il fuoco che appare sempre più fragile dopo il netto rifiuto della proposta di pace inviata da Teheran.
Secondo fonti citate dalla Cnn, la frustrazione del presidente avrebbe raggiunto livelli tali da indurlo a valutare seriamente la ripresa delle operazioni militari contro la Repubblica Islamica.
Il tycoon è descritto come sempre più arrabbiato per lo stallo dei negoziati, con due fattori critici che stanno facendo perdere la pazienza alla Casa Bianca. Da un lato il blocco dello Stretto di Hormuz, una strozzatura economica che Trump non è più disposto a tollerare, e dall’altro le divisioni interne a Teheran, dove Washington percepisce una leadership iraniana frammentata e incapace di fare concessioni sostanziali sul dossier nucleare.
Dopo aver bollato come “inaccettabile spazzatura” l’ultimo documento iraniano, Trump ha incontrato il suo team di sicurezza nazionale.
Sebbene il Pentagono prema per un approccio più aggressivo (con attacchi mirati per indebolire la posizione negoziale di Teheran) è improbabile che una decisione venga presa prima della partenza del presidente per la Cina, prevista per oggi. Pechino, principale importatore di petrolio iraniano, resta l’attore chiave per evitare l’escalation.
All’interno dell’amministrazione Trump regna il sospetto verso i mediatori. Alcuni funzionari si chiedono se il Pakistan stia trasmettendo con la dovuta fermezza il malcontento statunitense o se, al contrario, stia filtrando le comunicazioni per presentare una versione più edulcorata della posizione iraniana.
La tensione diplomatica è alimentata anche da un’accusa pesante riportata dalla CBS: l’amministrazione Usa sospetta che Islamabad stia ospitando aerei militari iraniani sul proprio suolo, un’ipotesi che il governo pakistano nega con forza. Fonti regionali avvertono però che, mentre gli Stati Uniti hanno fretta di chiudere, l’Iran è abituato a sopportare pressioni economiche decennali e non sembra intenzionato a cedere ai moniti.
La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Il presidente del parlamento, Mohammad-Bagher Ghalibaf, ha avvertito sui social che le forze armate sono pronte a “dare una lezione” a chiunque tenti un’aggressione: “Non c’è alternativa se non accettare i diritti del popolo iraniano delineati nella nostra proposta a 14 punti. Qualsiasi altro approccio sarà un fallimento dopo l’altro”.
Ancora più allarmante è la minaccia che arriva dalla commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano: qualora gli Stati Uniti riprendessero gli attacchi, Teheran è pronta a spingere l’arricchimento dell’uranio fino al 90%, soglia critica per la realizzazione di armi atomiche.