WASHINGTON - Un passo avanti, mezzo passo indietro, l’annuncio trionfale di una svolta imminente seguito da un’immediata frenata. Proseguono con questo ritmo sincopato i difficili negoziati tra Stati Uniti ed Iran per mettere fine al conflitto militare. Se da un lato il presidente Donald Trump assicura sui social che i colloqui “procedono bene”, dall’altro il Wall Street Journal evidenzia come le diplomazie siano ancora distanti sui nodi chiave: il dossier nucleare, lo sblocco dei fondi e le sanzioni economiche. Un’incertezza che riflette un fine settimana di segnali opposti, culminato con la precisazione dello stesso tycoon, che ha avvertito: “O sarà un grande accordo o non ci sarà alcun accordo”. 

L’accelerazione impressa dalla Casa Bianca per uscire da un conflitto politicamente costoso ha però innescato un violento cortocircuito dentro il Partito Repubblicano. I falchi del Congresso accusano apertamente Trump di aver ceduto troppo alle richieste di Teheran, concedendo precondizioni giudicate inaccettabili. 

Al centro dello scontro ci sono i dettagli del memorandum d’intesa a cui stanno lavorando i negoziatori. Il piano iniziale prevederebbe una tregua e la graduale riapertura del traffico navale nello Stretto di Hormuz entro 30 giorni (o 60, secondo altre indiscrezioni del Senato), rinviando la delicata questione del disarmo nucleare a una seconda fase. 

A far infuriare l’ala dura dei repubblicani è soprattutto la notizia che Washington sarebbe pronta a garantire all’Iran lo sblocco immediato di asset congelati per ben 12 miliardi di dollari, al fine di sbloccare la trattativa. Un miliardo dopo l’altro che, secondo i critici, verrebbe concesso prima ancora di ottenere impegni stringenti sull’arricchimento dell’uranio. Gli Stati Uniti temono che Teheran possa incassare i benefici economici per poi rallentare l’attuazione degli impegni sul nucleare, mentre la delegazione iraniana esige garanzie scritte e dettagliate sulla revoca delle sanzioni. 

I dubbi dei repubblicani sono esplosi pubblicamente nelle ultime ore, rompendo la consueta ortodossia di partito. Il senatore Lindsey Graham, storico alleato e frequente compagno di golf di Trump, ha espresso forte scetticismo sui social: “Se nella regione si percepisce che un accordo con l’Iran permette al regime di sopravvivenza e di diventare più potente, avremo gettato benzina sul fuoco dei conflitti in Libano e Iraq. Sono scettico sul fatto che non si possa azzerare la capacità militare iraniana di minacciare lo Stretto di Hormuz”. 

Ancora più duro il senatore del Texas Ted Cruz. Pur definendo la decisione di Trump di lanciare attacchi militari contro l’Iran come “la scelta più importante del suo secondo mandato”, Cruz si è detto profondamente preoccupato: “Se il risultato finale fosse un regime iraniano, ancora guidato da islamisti che gridano ‘morte all’America’, che riceve miliardi di dollari, sviluppa armi nucleari e controlla lo Stretto, allora sarebbe un errore disastroso”. 

A fargli eco è intervenuto Roger Wicker, presidente repubblicano della Commissione Forze Armate del Senato, che ha liquidato l’idea di un cessate il fuoco basato sulla buona fede iraniana come “un disastro”. Dubbi sulla logica stessa dell’operazione sono arrivati anche dal senatore Thom Tillis: “Undici settimane fa il segretario alla Difesa Pete Hegseth ci diceva che avevamo annientato le difese iraniane e che era solo questione di tempo per neutralizzare il pericolo nucleare. Ora accettiamo che quel materiale rimanga in Iran? Non ha senso”. 

La faglia geopolitica ha innescato una rissa verbale anche tra gli ex collaboratori del presidente e l’attuale staff della Casa Bianca. L’ex segretario di Stato Mike Pompeo è intervenuto nel dibattito bocciando duramente la bozza di accordo, definendola “lontanissima dallo spirito dell’America First”. 

La replica dell’entourage presidenziale è stata immediata e ruvida. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha risposto via social invitando Pompeo a “stare zitto e lasciare il vero lavoro ai professionisti”. Contemporaneamente, il consigliere della campagna elettorale di Trump, Alex Bruesewitz, ha accusato i senatori dissidenti come Cruz di tentare deliberatamente di indebolire l’amministrazione. Un attacco rispedito al mittente dal senatore texano, che ha liquidato i consiglieri presidenziali come “giovani opportunisti politici che spingono per pacificare i rapporti con l’Iran”, danneggiando l’operato dello stesso presidente. 

Nel frattempo, l’attuale segretario di Stato Marco Rubio tenta di gettare acqua sul fuoco. Dopo aver alimentato le aspettative annunciando una svolta imminente che poi non si è verificata, Rubio ha dovuto ammettere la complessità del dossier, frenando gli entusiasmi: “Notizie sono in arrivo presto, ma chiudere un accordo sul nucleare in 72 ore è semplicemente impossibile”.