BRUXELLES - I leader dell’Unione Europea, riuniti ad Agia Napa per un vertice informale, hanno dato mandato alla Commissione Europea di preparare un piano operativo per l’attuazione dell’Articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. L’annuncio, dato dal presidente cipriota Nikos Christodoulides, segna una svolta storica: la necessità di trasformare una clausola teorica in uno strumento di difesa concreto e immediato.
La spinta verso una difesa autonoma non nasce solo dall’invasione russa in Ucraina, ma pesano anche le recenti tensioni transatlantiche. Gli attacchi continui di Donald Trump alla Nato e le sue dichiarazioni sulla Groenlandia hanno infatti incrinato la fiducia nell’ombrello protettivo statunitense. Invece, la minaccia dei missili iraniani diretti verso le basi britanniche a Cipro ha portato il conflitto alle porte dell’Unione, rendendo la sicurezza una priorità geograficamente vicina.
Introdotto nel 2009 con il Trattato di Lisbona, l’Articolo 42.7 obbliga gli Stati membri a prestare aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso a un partner che subisca un’aggressione armata sul proprio territorio.
Ad oggi, è stato invocato una sola volta: dalla Francia nel 2015 dopo gli attentati di Parigi. In quell’occasione, tuttavia, l’attivazione ebbe una valenza soprattutto politica, lasciando aperte molte questioni pratiche su “chi fa cosa” in caso di attacco.
Secondo Rafael Loss, esperto dello European Council on Foreign Relations, esistono differenze strutturali profonde tra il meccanismo europeo e quello atlantico. Per quanto riguarda la natura militare, mentre l’Articolo 5 della Nato presuppone una risposta militare integrata, il 42.7 rappresenta un obbligo intergovernativo che non prevede una struttura di comando militare propria. Inoltre, permette ai paesi neutrali, come Austria, Irlanda o Cipro, di collaborare in forme non strettamente belliche.
In termini di complementarità e non di sostituzione, il trattato specifica che la difesa collettiva resta di competenza Nato per i paesi che ne fanno parte; il 42.7 è quindi visto come un complemento. Proprio l’incertezza sul futuro della Nato starebbe spingendo l’Ue a cercare maggiore autonomia.
Il piano che la Commissione dovrà redigere mira a rispondere a domande finora inevase, a partire dalla definizione delle priorità di intervento per stabilire quali Paesi debbano rispondere per primi in caso di attivazione, come ad esempio da parte della Francia. Il progetto dovrà inoltre chiarire come valutare le necessità e le richieste del Paese aggredito e definire le modalità di coordinamento per gestire crisi simultanee o minacce ibride, quali i sabotaggi alle infrastrutture critiche, che non configurano necessariamente un conflitto su larga scala.
Non tutti i Paesi, però, concordano sull’urgenza di rendere operativo il 42.7: alcuni governi temono che creare un piano di difesa europeo troppo strutturato possa essere interpretato da Donald Trump come il tentativo dell’Ue di diventare un’alternativa alla Nato. Questo potrebbe innescare ritorsioni da parte della Casa Bianca o accelerare il disimpegno americano dal continente.
Tuttavia, per i Paesi Ue non membri della Nato (come la stessa Cipro), disporre di un piano operativo non è più un’opzione, ma una necessità vitale per garantire la propria sopravvivenza in un mondo sempre più instabile.