Una settimana intensa, quella che ci siamo lasciati alle spalle, in particolare per il Victoria con un cambio di Premier a quattro mesi dal voto.

Una storia, quella dell’arrivo a Treasury Place di Ben Carroll, che ha a che fare con dinamiche che sarebbe riduttivo definire “di palazzo” ma che hanno in sé, va detto, anche quella componente.

Una fase nuova attende questi pochi mesi che separano i cittadini del Victoria dalla chiamata alle urne, almeno nelle dichiarazioni di intenti di Ben Carroll, che ha rimarcato sin dai primi momenti alla guida del Partito, e dello Stato, che lui non è “né Daniel Andrews, né Jacinta Allan”.

In ogni caso, staremo a vedere quanto queste dichiarazioni impatteranno sull’umore di una popolazione, come quella del Victoria, che, a leggere i dati dei sondaggi, appare stanca e sfiduciata rispetto a quanto visto e vissuto in questi anni di governo laburista. 

L’uscita di scena di Jacinta Allan dalla guida dello Stato più politicamente ed economicamente inquieto del Paese fotografa, però, una crisi di fiducia che non è nata e si è sviluppata nell’ultima settimana.

Il Victoria porta sulle spalle dodici anni di governo laburista, un debito in corsa verso i 200 miliardi di dollari, grandi opere finite sotto accusa, un rapporto deteriorato con il mondo delle imprese e una crescente sensazione, soprattutto nei quartieri più periferici di Melbourne, ma non solo, e nelle aree regionali, che il costo di scelte poco ponderate della politica ricada sempre sugli stessi cittadini.

Carroll, certamente sulla scorta di un bisogno di giocarsi il tutto per tutto, ha cercato di segnare immediatamente una discontinuità. La decisione di annunciare l’istituzione di una Commissione reale sulle presunte infiltrazioni e irregolarità nel settore delle costruzioni è stata la mossa politicamente più forte della sua prima settimana.

Non perché ci si attenda che una Commissione reale possa risolvere da sola i complessi problemi di questo Stato, ma perché riconosce finalmente, qualcuno direbbe tardivamente, che il nodo dell’integrità, dei costi fuori controllo e del rapporto tra grandi progetti, governo, partito e sindacati non poteva più essere evitato.

È significativo che il ministro del Tesoro federale Jim Chalmers abbia sostenuto subito l’iniziativa, dopo il lungo silenzio mantenuto da Canberra mentre la ormai ex premier Allan respingeva l’ipotesi di una Commissione.

Il sostegno al nuovo Premier da parte del Tesoriere sembra dire che il fronte aperto non sia esclusivamente su base terrritoriale statale ma che sia in ballo proprio la credibilità dell’intera macchina politica laburista.

Se, però, vogliamo leggere in maniera molto nitida la storia recente del Partito laburista e dell’esecutivo nel Victoria, dobbiamo riconoscere che Carroll non può presentarsi davanti alle telecamere come fosse un neo eletto, arrivato da pochi giorni nel Partito laburista, sorpreso da una tale e tanta mancanza di integrità.

Ben Carroll, fino a martedì scorso, è stato vicepremier, ministro nei governi di Daniel Andrews e Jacinta Allan, ha partecipato, nelle sue varie declinazioni di competenze e portafogli, alle decisioni che oggi promette di correggere.

Ad attenderlo al varco, quindi, una sfida importante, convincere gli elettori che la sua proposizione di intenti è una reale volontà di discontinuità politica e per farlo dovrà immediatamente modificare la rotta, mutando priorità, capacità di spesa e metodo di governo: errori commessi nel corso di dodici anni da resettare in pochi mesi.

La crisi politica, di consenso, di fiducia, che stiamo testimoniando nel Victoria non può, però, essere letta in maniera distinta rispetto all’andamento della politica, e dell’economia, su base nazionale.

L’economia, in particolare, ci chiede di essere cauti, prudenti, e attenti. È vero, gli ultimi dati sull’inflazione offrono ad Albanese e Chalmers legittimi argomenti per mostrare un prudente ottimismo. Sono numeri migliori delle attese di qualche mese fa e riducono, almeno per ora, il rischio di un nuovo aumento dei tassi di interesse.

Ma non sono ancora numeri da celebrare. Per famiglie e imprese, la distanza tra il rallentamento statistico dell’inflazione e la diminuzione effettiva dei prezzi continua a essere enorme. I prezzi al consumo crescono più lentamente, ma non aspettiamoci che tornino ai numeri di qualche anno fa.

Su questo la classe politica deve dimostrare di avere capacità di lettura che vada ben oltre il dato contingente, perché se è vero, come abbiamo detto, che il dato dell’inflazione può lasciare sperare che la direzione verso cui si va sia quella corretta, è altrettanto vero che il metro di interpretazione dell’economia da parte dei cittadini è sempre e solo quello dell’impatto sul costo della vita.

Affitti, mutui, energia, assicurazioni, spesa alimentare e trasporti continuano a comprimere i bilanci familiari. La Reserve Bank stessa ha ricordato ancora una volta che la debolezza della produttività pesa sui redditi reali e sulla crescita. Senza produttività, il sollievo sarà temporaneo; senza disciplina di bilancio, ogni miglioramento rischierà di essere consumato da nuove pressioni sui prezzi.

La fine del provvedimento temporaneo che riduceva le accise sui carburanti rende questo passaggio ancora più delicato. La misura ha avuto un senso, i prezzi del greggio a livello globale erano particolarmente volatili, ma la sua conclusione riporta immediatamente alla pompa una parte del costo che le casse federali avevano assorbito.

Il punto vero è che questa volatilità resta ancora di attualità, considerando che le cause che inaspriscono il livello di tensione nel Golfo Persico sono tutt’altro che risolte. Tra l’altro, per accorgerci della conclusione annunciata dei tagli delle accise, non c’è voluto poi tanto. In molte aree del Paese il ritorno dell’accisa si è riflesso quasi immediatamente nei prezzi alla pompa.

E così, la differenza tra l’economia raccontata dai dati statistici e quella vissuta ogni giorno balza immediatamente all’occhio: se la prima rallenta, la seconda continua ad avere effetti gravosi sulle tasche degli australiani.

Nell’intervista a Insiders, il programma di approfondimento politico domenicale dell’ABC, la vice leader dell’opposizione Jane Hume ha evitato di dire con chiarezza se la fine dello sconto sulle accise fosse la scelta giusta.

Ha preferito ampliare il discorso alla gestione complessiva dell’inflazione, accusando il governo di aver lasciato troppo spazio di manovra alla Reserve Bank e di non aver utilizzato con sufficiente rigore gli strumenti fiscali a sua disposizione. Un argomento, va detto, non privo di fondamento, ma dall’opposizione ci si attende molto di più, per affrontare questa tematica.

Non è più sufficiente continuare a dire che abbiamo un problema, che serve un carico fiscale meno pressante, energia meno cara, meno immigrazione e più case; è vero che manca ancora molto per la prossima tornata elettorale federale, ma in casa dell’opposizione devono dimostrare di avere una strategia coerente, sostenibile e credibile.

Sull’altro tema caldo del momento, One Nation, la senatrice Hume ha ribadito che la Coalizione non formerà un’alleanza con il partito guidato da Pauline Hanson, ma non ha escluso con la stessa determinazione l’ipotesi di un governo di minoranza sostenuto, dall’esterno, da One Nation.

Ennesima ambiguità politica che dice molto dello scenario di un partito, One Nation, che cresce per un possibile voto di protesta, intercettando la sfiducia complessiva verso governo e opposizione, e non certo perché abbia, almeno finora, dimostrato di possedere una piattaforma capace di governare un’economia complessa  come quella australiana e una squadra di candidati validi e credibili.