WASHINGTON - Gli Stati Uniti si stanno preparando all’eventualità di un’escalation prolungata del conflitto con l’Iran, mentre il traffico navale nello Stretto di Hormuz resta quasi fermo a seguito di una nuova ondata di raid e scambi di attacchi tra Washington e Teheran. 

In questo scenario ad alta tensione, il presidente Usa Donald Trump ha convocato i principali consiglieri e i responsabili della sicurezza nazionale per discutere le prossime mosse. Secondo quanto rivelato da Channel 12, che cita funzionari statunitensi, i combattimenti potrebbero protrarsi “da un paio di giorni fino a un mese”, a seconda che Teheran decida o meno di continuare a colpire le navi commerciali nello Stretto. “Gli daremo una lezione, così capiranno che facciamo sul serio”, ha dichiarato un funzionario citato dall’emittente israeliana. 

Tra le opzioni al vaglio di Washington vi sarebbe il ripristino del blocco navale dei porti iraniani, una misura rievocata pubblicamente dallo stesso Trump, anche se una decisione definitiva non è ancora stata presa. Al momento, riferisce sempre Channel 12, l’amministrazione statunitense mostrerebbe scarso interesse verso un coinvolgimento diretto di Israele nei combattimenti in corso. 

Ciononostante, Tel Aviv si prepara a un possibile ampliamento del conflitto, inclusa l’eventualità che l’Iran prenda di mira le basi israeliane di Nevatim e Ramon, utilizzate dagli aerei Usa. Prosegue intanto il coordinamento operativo tra le Forze di difesa israeliane (Idf) e il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom). 

Sul fronte marittimo, il trasporto internazionale attraverso lo Stretto ha subito un drastico rallentamento negli ultimi due giorni. Secondo gli analisti di settore citati dalla Cnn, l’Iran ha approfittato della recente e temporanea tregua per accelerare al massimo le esportazioni dall’isola di Kharg, il suo principale snodo petrolifero. 

“Prevedendo un possibile e imminente ripristino del blocco da parte della Marina statunitense, Teheran ha spedito non meno di 10 milioni di barili di greggio e carburanti in una sola notte”, ha riferito TankerTrackers. Gli analisti di Windward, servizio di intelligence marittima, hanno confermato che “tutti e tre i terminal di esportazione dell’isola di Kharg sono rimasti completamente occupati” nonostante i recenti attacchi statunitensi, aggiungendo che “circa 63 milioni di barili di greggio iraniano si trovano ora in mare”. 

La situazione per i mercati si è fatta particolarmente complessa dopo che gli Stati Uniti hanno revocato la deroga che consentiva le esportazioni di greggio iraniano: da questo momento, ha osservato Windward, “operatori, assicuratori e acquirenti sono pienamente esposti alle sanzioni secondarie statunitensi su qualsiasi carico gestito”. 

Il blocco pratico delle rotte è confermato dal servizio di tracciamento MarineTraffic, che mostra solo una manciata di imbarcazioni a Hormuz, tra cui due petroliere iraniane vuote in ingresso nel Golfo e una nave carica di gas di petrolio liquefatto (Gpl) operata da Adnoc – la compagnia energetica statale degli Emirati Arabi Uniti – in uscita lungo una rotta vicina alla costa dell’Oman. I dati della società di monitoraggio Kpler mostrano che lunedì 6 luglio avevano attraversato lo Stretto 36 navi e martedì 7 luglio 41, numeri che erano ancora in linea con la media della scorsa settimana di circa 40 passaggi al giorno, prima del quasi totale stallo successivo. 

Per i Pasdaran la responsabilità della paralisi ricade interamente su Washington. In una nota ufficiale, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniani ha affermato che gli attacchi militari statunitensi “ostacolano seriamente” la riapertura dello Stretto, avvertendo che qualsiasi tentativo statunitense di determinare le rotte provocherà “una risposta schiacciante”. Teheran sostiene comunque di aver riportato il traffico a circa il 50% dei livelli precedenti alla guerra e di stare aumentando la capacità per le navi autorizzate a utilizzare le rotte designate dall’Iran. 

Nel comunicato, i Pasdaran ribadiscono che “gli stranieri non hanno alcun posto in questa terra e nello Stretto di Hormuz”, accusando gli Stati Uniti di “avventurismo e interferenza” e avvertendo che un intervento di Washington nella definizione dei corridoi di navigazione “metterebbe a rischio gli interessi dei Paesi che utilizzano lo Stretto”. 

L’impianto accusatorio è stato immediatamente respinto dal Centcom, che nega categoricamente che il transito sia consentito solo lungo le rotte indicate da Teheran, sostenendo che l’Iran non ha il controllo dello Stretto. In un messaggio pubblicato su X, il Comando Centrale statunitense ha rivendicato i propri risultati logistici: “Dall’inizio di maggio, le forze statunitensi hanno contribuito a garantire il passaggio sicuro di oltre 800 navi commerciali e il transito di 380 milioni di barili di petrolio greggio attraverso questo vitale corridoio del commercio internazionale”. 

Nel frattempo, i vertici politici e militari israeliani hanno confermato la massima allerta. Intervenendo durante una cerimonia militare, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che Israele è pronto a colpire l’Iran “per la terza volta” e con maggiore determinazione: “Le forze armate sono pronte e in allerta per riprendere i combattimenti, per riconquistare la superiorità nei cieli e colpire di nuovo in Iran, per eliminare minacce, anche per la terza volta, se necessario. Se dobbiamo andare di nuovo, lo faremo, anche con una forza maggiore”. 

Allo stesso evento ha preso la parola anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha tracciato un bilancio strategico pur invitando alla prudenza. “L’asse iraniano è più debole che mai, mentre Israele è più forte che mai”, ha affermato il premier, sottolineando però che la partita resta aperta: “Abbiamo provato che il lungo braccio dell’Aeronautica israeliana può arrivare ovunque, dallo Yemen all’Iran, ma dobbiamo riconoscere che la campagna non è ancora finita”.