WASHINGTON - Dopo l’esito delle elezioni di metà mandato, il presidente Donald Trump torna a evocare la possibilità di nuove operazioni militari contro l’Iran. “Molti vorrebbero sferrare un colpo pesante”, ha affermato il tycoon durante un’intervista rilasciata a Fox News, ribadendo con fermezza l’intento dell’amministrazione: “L’unica cosa che posso dirvi con certezza è che l’Iran non avrà mai un’arma nucleare”.
Al momento il presidente può ancora contare sull’appoggio dell’attuale Congresso per eventuali interventi militari contro Teheran, ma il quadro politico potrebbe mutare radicalmente con l’insediamento dei nuovi parlamentari eletti nella tornata di midterm.
Poche ore prima della chiusura dei seggi, in un intervento rilasciato al Financial Times, Trump aveva precisato che gli Stati Uniti non hanno piani immediati per lanciare nuovi raid, pur mantenendo tutte le opzioni sul tavolo: “Siamo pronti a intervenire se necessario, ma potrebbe non esserci alcuna ragione per farlo”, spiegando che il confronto con Teheran si trova in una fase ritenuta favorevole a Washington: “Sembra che stiamo ottenendo tutto quello che vogliamo”.
Il presidente ha inoltre rivelato che sono in corso colloqui indiretti per definire il destino delle scorte iraniane di uranio arricchito, sostenendo che il blocco dei porti della Repubblica Islamica stia soffocando l’economia locale e che il volume di traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz risulti persino superiore a quello antecedente l’inizio del conflitto.
Stando a quanto ricostruito dal New York Times, il comando militare statunitense Centcom ha già predisposto un piano operativo per attaccare l’Iran a partire da mercoledì 4 novembre, subito dopo la conclusione del voto di midterm. All’interno dell’amministrazione Usa persiste tuttavia una spaccatura tra chi ritiene che soltanto un’azione di forza diretta possa indebolire il regime e chi è convinto che il prosieguo del blocco a Hormuz, unito alla pressione economica, sia sufficiente a provocare il crollo dell’apparato di governo a Teheran.
Sul versante diplomatico, i canali negoziali restano aperti ma senza sbocchi concreti. Come riferito da Al Jazeera, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha dichiarato all’agenzia statale Irna che durante gli ultimi colloqui tra Teheran e Washington (condotti tramite l’intermediazione del Qatar) non è stato raggiunto alcun accordo.
Baghaei ha evidenziato come i precedenti storici impediscano qualsiasi ottimismo sulla serietà dell’approccio diplomatico statunitense, ribadendo che l’Iran è pronto a difendersi ponendo in atto una “risposta devastante” contro eventuali aggressioni, senza tuttavia rinunciare all’uso della diplomazia per tutelare i propri interessi strategici e scoraggiare il nemico.
Nel frattempo, la diplomazia regionale si muove per scongiurare un’ulteriore escalation. Nel corso di un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha esortato Teheran alla moderazione: citato dal Times of Israel, il ministero egiziano ha riferito che Cairo ha chiesto a tutte le parti di mostrare flessibilità per giungere a una soluzione politica alla crisi ed evitare un riaccendersi del conflitto sul campo.
Dura la reazione dei vertici iraniani alle posizioni espresse da Washington. In una dichiarazione pubblicata sul sito ufficiale della Guida Suprema dell’Iran, e firmata da Mojtaba Khamenei, subentrato a marzo al padre Ali ma mai apparso in pubblico da allora, si legge un fermo rifiuto di ogni concessione: “Si sbagliano di grosso coloro che nutrono anche solo la minima speranza che il comportamento del sistema egemonico possa cambiare” o che “immaginano che fare concessioni agli Stati Uniti possa dissuaderli dall’ostilità nei confronti della Nazione iraniana”. Mojtaba Khamenei ha poi ammonito: “Se queste aggressioni dovessero ripetersi, si allargherebbe ulteriormente la portata” del conflitto.
Sul voto statunitense è intervenuto su X anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, interpretando il verdetto delle urne di midterm come una bocciatura dell’indirizzo bellicista: “Per coscienza o per il costo della vita, gli statunitensi hanno detto no alla guerra e noi appoggiamo questo messaggio. Se il governo Usa tradirà la volontà dei cittadini per servire finanziatori e ricattatori internazionali, scoprirà che il nostro no porta con sé un incubo”.
Parole analoghe sono giunte dal capo della magistratura iraniana, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei: “Trump è stato sconfitto sia in guerra che sul fronte politico, certamente imporremo altre sconfitte per lui, questo è solo un primo risultato. Il 4 novembre è sempre stato un giorno di sconfitta per gli Usa”. In un messaggio rilanciato da Al-Jazeera, Mohseni-Ejei ha poi reso omaggio al ricordo “di tutti gli studenti martiri, sia di scuole che di università, soprattutto dei cari martiri di Minab”, richiamando la crisi degli ostaggi e il bombardamento che lo scorso 28 febbraio (all’avvio delle operazioni militari di Usa e Israele) colpì una scuola elementare femminile nel sud del Paese.
In occasione del 4 novembre, anniversario dell’assalto all’ambasciata statunitense di Teheran del 1979 e ricorrenza della “Giornata degli studenti” e della “Giornata della lotta contro l’arroganza globale”, cortei e dimostrazioni si sono tenuti in oltre 900 località della Repubblica Islamica. Come documentato dai media internazionali e dalle agenzie ufficiali Irna e Tasnim, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza intonando slogan contro Washington e Tel Aviv, sventolando bandiere nazionali, bruciando vessilli statunitensi e israeliani e mettendo in mostra cartelli recanti la minaccia “Uccideremo Trump” insieme alle foto dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso a fine febbraio nei raid di apertura del conflitto.
La tensione sul campo rimane elevatissima nello Stretto di Hormuz. Le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno reso noto che quattro petroliere hanno preso fuoco dopo aver urtato mine marine mentre tentavano di percorrere la rotta meridionale del passaggio dichiarato “proibito”, aggiungendo di aver posto sotto sequestro altre due imbarcazioni.
In parallelo, l’agenzia marittima britannica UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha emesso due distinti avvisi relativi ad attacchi nell’area. Nel primo caso, il governo indiano ha segnalato un blitz contro una nave con equipaggio indiano in transito nello Stretto, i cui marittimi sono stati tratti in salvo dalla Marina reale dell’Oman. Il secondo episodio si è verificato a nord-est di Lima, sempre in Oman, dove il responsabile della sicurezza di una petroliera ha riferito che due proiettili non identificati hanno colpito la sala macchine dell’imbarcazione, senza provocare vittime né danni ambientali.