ANKARA - Il vertice Nato di Ankara si chiude sotto il segno di un clamoroso cambio di rotta diplomatico. Dopo aver aperto la giornata scagliandosi contro i partner europei, il presidente statunitense Donald Trump ha sigillato il summit con toni decisamente più concilianti, celebrando una ritrovata e “enorme unità” tra i 32 Paesi membri e rassicurando gli alleati sulla tenuta del legame transatlantico.
“La parola principale che esce dal vertice di oggi è unificazione. Non ho mai visto nulla di simile”, ha esordito Trump nella conferenza stampa finale. “Ognuno di quei Paesi ci ama e si amano tra loro. È stata un’unificazione straordinaria”.
Una netta inversione di tendenza rispetto alla mattinata, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva accusato diversi alleati di non aver sostenuto l’offensiva militare statunitense contro l’Iran. Sebbene abbia mantenuto la linea dura sulla Spagna (precedentemente liquidata come “una causa persa”) il presidente ha parzialmente ritrattato i rimproveri mossi a Londra e Roma: “La Spagna si è comportata molto male, anche se poi l’Italia si è comportata bene e quasi tutti i Paesi sono stati bravi. Hanno avuto solo un brutto momento. Non ci hanno aiutato, anche se non avevamo bisogno del loro aiuto, avremmo potuto volerlo”, ha spiegato minimizzando le frizioni sull’uso delle basi aeree.
Sul fronte economico, il leader statunitense ha rivendicato il successo della linea dura di Washington per l’innalzamento del budget militare. Richiamando l’intesa siglata al vertice dell’Aia per portare gli investimenti nella difesa fino al 5% del Pil, Trump ha assicurato che “ora tutti mi stanno ringraziando e la maggior parte dei Paesi ha accettato di farlo”. Senza fare nomi, ha poi alluso a un alleato inizialmente restio: “Ce ne sono un paio che ancora non lo hanno fatto, ma ho la sensazione che lo faranno, e molto rapidamente. Uno in particolare non sembrava molto disposto a lavorare in squadra, ma oggi ha dimostrato di essere un grande collaboratore”.
Dietro le porte chiuse delle sessioni plenarie, il clima è apparso molto diverso rispetto alle accese uscite pubbliche. Secondo una fonte interna al summit, Trump avrebbe blindato la presenza Usa in Europa confessando ai leader: “Vogliamo restare con voi”. Una linea di fermezza istituzionale confluita nel documento finale, dove gli Stati membri hanno riaffermato il loro “ferreo impegno” nei confronti dell’articolo 5 del Trattato Nato sulla difesa collettiva. Secondo la medesima fonte, nel confronto riservato il presidente statunitense non ha più evocato né le ritorsioni commerciali contro Madrid né il dossier Groenlandia.
L’andamento costruttivo dei lavori è stato confermato dai vertici europei. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato di rientrare a Berlino “con la sensazione di aver dato un contributo importante: la Nato resta unita, diventa più forte e più europea”, mentre il premier estone Kristen Michal ha evidenziato il “messaggio costruttivo” di Trump, volto a chiedere all’Europa una maggiore assunzione di responsabilità strategica. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, che ha invitato a “drammatizzare meno” le intemperanze verbali della Casa Bianca.
Il dossier ucraino ha dominato i margini del vertice. In un incontro bilaterale con il presidente Volodymyr Zelensky, Trump ha annunciato la concessione a Kiev della licenza per produrre in proprio i sistemi missilistici di difesa aerea Patriot. “Vi daremo una licenza per costruire i Patriot. È una cosa davvero fantastica”, ha riferito Trump al leader ucraino.
Commentando poi i recenti attacchi in profondità sferrati da Kiev in territorio russo, il presidente Usa li ha definiti “un’escalation, ma un’escalation che può aiutare a portare alla fine della guerra”, ribadendo la convinzione che sia Zelensky sia Vladimir Putin vogliano sinceramente raggiungere un accordo per fermare le ostilità. A blindare il sostegno a lungo termine, la dichiarazione finale del vertice ha formalizzato l’impegno dei Paesi europei e del Canada a garantire a Kiev aiuti militari per 70 miliardi di euro all’anno sia per il 2026 sia per il 2027.
I deliberati di Ankara hanno scatenato l’immediata e durissima reazione di Mosca. Il ministero degli Esteri russo ha bollato i nuovi stanziamenti occidentali come “irresponsabili”, accusando l’Alleanza di spingere il continente verso il disastro e di pianificare “un conflitto armato con la Russia” attraverso una massiccia “militarizzazione del continente europeo”.
Prima del decollo, Trump ha ritagliato uno spazio nell’agenda per incontrare il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, impegnato in un tour diplomatico per riabilitare l’immagine internazionale di Damasco dopo gli anni della guerra civile.
A catturare l’attenzione dei cronisti è stato però un improvviso cambio di programma logistico: il presidente statunitense ha annunciato che non avrebbe utilizzato il nuovo Air Force One (il Boeing 747 donato dal Qatar con cui era atterrato in Turchia) per il volo di rientro a Washington. Trump ha spiegato che il velivolo farà rotta verso “due o tre grandi basi militari in Europa” per essere mostrato ai contingenti Usa: “Potranno vederlo perché è davvero magnifico”, ha dichiarato.
La spiegazione non ha tuttavia frenato le speculazioni degli analisti, secondo cui lo spostamento del presidente su un altro aereo di linea presidenziale sarebbe stato dettato da stringenti ragioni di sicurezza, legate ai recenti scambi di raid missilistici tra forze statunitensi e Iran.