ANKARA - L’annuncio del presidente statunitense Donald Trump al vertice Nato di Ankara ha riacceso i riflettori sulle vulnerabilità strategiche del conflitto: Washington ha concesso all’Ucraina la licenza per produrre in proprio i preziosi missili intercettori Patriot. Da tempo Kiev reclama aiuti per blindare i propri cieli, ma se l’apertura Usa mira a inaugurare un nuovo capitolo della guerra, l’analisi dei fatti suggerisce che la mossa sia ancora troppo vaga e costellata di ostacoli per essere considerata un reale punto di svolta (game changer).
Il via libera della Casa Bianca risponde a una drammatica urgenza sul campo: l’incapacità delle difese ucraine di bloccare i missili balistici russi, a fronte di un successo ormai consolidato nel neutralizzare droni e missili da crociera. La fragilità della rete difensiva è emersa chiaramente nei massicci bombardamenti russi del mese di luglio, quando le batterie ucraine non sono riuscite a intercettare nessuno dei vettori balistici lanciati da Mosca. Nello stesso tempo, Vladimir Putin ha intensificato l’offensiva aerea portandola a una media stimata in circa 100 missili totali al mese, con un trend in costante crescita.
La concessione della licenza di produzione è accompagnata da un prevedibile e categorico “nyet” da parte del Pentagono: nessun missile intercettore sarà prelevato dai magazzini statunitensi per essere inviato direttamente a Kiev. Le scorte statunitensi sono infatti in grave sofferenza, esattamente come quelle degli alleati europei e dei partner nel Golfo. “Ne abbiamo, ma non così tanti. Anche noi ne abbiamo bisogno”, ha ammesso realisticamente lo stesso Trump.
Gli analisti stimano che le riserve degli Stati Uniti non saranno ricostituite prima del 2028, nonostante i recenti sforzi per aumentare i ritmi industriali. La sconsolante sintesi strategica, confermata dal Center for Strategic and International Studies (Csis), evidenzia che la Russia produce attualmente più missili balistici di quanti gli Stati Uniti riescano a produrre intercettori per la difesa. Secondo i dati di Kiev, l’industria russa è infatti in grado di sfornare tra i 60 e i 65 missili balistici Iskander al mese.
A fronte di questi numeri, la promessa della Casa Bianca appare fumosa. Trump non ha specificato se l’Ucraina sarà autorizzata a fabbricare i Pac-2 o i ben più avanzati Pac-3, dotati di capacità nettamente superiori. Lo stesso presidente ha ammesso di non aver ancora informato della decisione i colossi della difesa Lockheed Martin e Rtx Corporation (ex Raytheon), una comunicazione avvenuta solo dopo l’incontro di ieri con Volodymyr Zelensky.
La creazione di una catena di montaggio in Ucraina si scontra con enormi barriere logistiche e di sicurezza. Ogni singolo missile intercettore Patriot costa circa tre milioni di dollari e, fino a poco tempo fa, la produzione complessiva degli Stati Uniti non superava i 50 o 60 pezzi al mese, destinati a soddisfare i fabbisogni interni e quelli degli alleati globali. Per avviare i lavori, Kiev ha bisogno di componenti cruciali (sistemi di guida, motori a propellente solido, meccanismi di accensione e controllo della spinta) i cui subfornitori sono sempre gli stessi a livello mondiale. Organizzare questo flusso richiederà anni, offrendo a Mosca una finestra temporale per intensificare i raid prima che i Patriot ucraini siano operativi.
Inoltre, l’apertura di una simile fabbrica sul suolo ucraino creerebbe un bersaglio primario per l’intelligence e l’aviazione russa. Lo stabilimento dovrebbe essere protetto da altre batterie Patriot, che andrebbero sottratte ad altri fronti caldi. Sullo sfondo rimane poi il rischio del trasferimento tecnologico: gli Stati Uniti sono gelosi dei propri segreti militari e finora hanno autorizzato la produzione dei Patriot solo a Germania e Giappone; il timore oggettivo che la Russia possa catturare o clonare questi sistemi rappresenta un freno invisibile ma potentissimo.
In attesa dei tempi lunghi della burocrazia e dell’industria Usa, le aziende ucraine della difesa stanno provando a muoversi autonomamente. La compagnia Fire Point, già produttrice di droni e dei missili da crociera Flamingo, ha anticipato l’avvio di un programma nazionale per lo sviluppo di un sistema di difesa antimissile a costi ridotti.
Per colmare il divario tecnologico, l’azienda ha avviato negoziati diretti con i partner europei per la fornitura di componentistica complessa, siglando un’intesa strategica con la tedesca Hensoldt per l’acquisizione di radar avanzati. Secondo fonti industriali, Fire Point avrebbe addirittura già iniziato a sfornare i primi vettori missilistici nazionali, pronti a essere impiegati non appena i sistemi di guida occidentali saranno formalmente integrati.