“Nessuno avrebbe creduto, negli ultimi anni del XIX secolo, che questo mondo venisse osservato da intelligenze più grandi dell’umana, eppure altrettanto mortali della nostra”.
Così H.G. Wells apriva il suo libro capolavoro ‘La Guerra dei Mondi’, che negli anni ha ispirato registi e altri autori, avvertendo i suoi lettori che il pericolo non arriva sempre annunciato da squilli di trombe. A volte si avvicina silenzioso, nell’etere, mentre la gente dorme o guarda da un’altra parte.
Rileggendo quella famosa apertura nei giorni del bilancio federale australiano, è difficile non sentirne l’eco. Non che i marziani stiano calando sull’Australia, il punto è un altro.
Anche stavolta, come nel romanzo di Wells, alcuni osservatori si trovano a fissare il cielo mentre la maggior parte della gente è, anche giustamente, impegnata a guardare altrove, distratta dai prezzi sempre più alti al supermercato e dai pagamenti per i mutui che non scendono, anzi, sono destinati ad aumentare.
E nel frattempo, due visioni radicalmente diverse del Paese si fronteggiano in Parlamento senza che il dibattito abbia, però, ancora trovato il suo vero centro di gravità. Il tesoriere Jim Chalmers ha presentato un budget che ha il sapore, dichiarato, di una proposizione di filosofia economica. Tassare meno il lavoro e di più le rendite passive: un’idea semplice nella forma, dirompente nella sostanza. Ridurre i vantaggi fiscali per chi investe, con modifiche al negative gearing, stretta sul capital gains tax, e un po’ di ordine nell’uso dei trust. La narrativa è quella di un sistema che per decenni ha premiato chi già possedeva a scapito di chi lavorava o era dentro l’ingranaggio produttivo.
Il linguaggio è rigoroso, quasi tecnico, ma dietro c’è una scelta politica con un’ambiziosa portata generazionale. Angus Taylor, da parte sua, ha risposto dalla tribuna dell’opposizione con una controproposta che finalmente sembra guadagnarsi il raro merito della chiarezza strutturale: indicizzare all’inflazione le fasce di reddito imponibile, per impedire che la svalutazione monetaria si traduca automaticamente in un aumento della pressione fiscale senza che nessun governo debba prendersi la responsabilità di proporlo. È il cosiddetto bracket creep, quel drenaggio silenzioso che ogni anno trasferisce potere d’acquisto dai contribuenti alle tasse senza passare per un voto parlamentare. Taylor ha dato alla conclusione di questa stortura una prospettiva temporale precisa: una progressiva modifica nel corso del prossimo decennio fiscale.
Ora, chi scrive non è qui per distribuire pagelle a chi è impegnato nel complicato territorio della politica. L’interesse è un altro: provare a raccontare come questi due universi di visione vengono costruiti e proposti al pubblico. E su questo punto, entrambi gli schieramenti mostrano al tempo stesso lucidità e punti ciechi.
Chalmers si è dimostrato, tecnicamente, un bravo narratore. Lo si è visto nel modo in cui ha inquadrato l’intera manovra attorno a un principio ordinatore, la distinzione tra reddito da lavoro e reddito da asset, capitale o immobiliare che sia, che ha il pregio di essere comprensibile senza essere semplicistico o troppo populistico.
Il problema è che lo scenario raccontato la scorsa settimana lascia volutamente un finale aperto. Il beneficio fiscale annunciato per molti lavoratori resta limitato nelle dimensioni immediate e proiettato negli anni futuri: poca cosa rispetto all’architettura retorica che la circonda. L’impressione è quella di una storia dove tutto il livello di racconto tiene la scena ma si perde in un finale incompleto. È una scommessa legittima, ma rischiosa: se nel frattempo l’opposizione riesce a occupare quello spazio narrativo, il racconto di Chalmers rischia di perdere senso e svuotarsi di significato.
Va detto, però, che chi segue il Tesoriere da anni non può dirsi sorpreso da questa impostazione. Già all’inizio del 2023, in un lungo saggio pubblicato su The Monthly, Chalmers aveva tracciato con rara franchezza la mappa ideale del capitalismo che voleva costruire: non la resa incondizionata al libero mercato del “Consenso di Washington”, né un ritorno al dirigismo, bensì qualcosa di più ambizioso e difficile da etichettare.
Mercati ridisegnati con cura, co-investimento tra Stato e capitale privato, benessere come metro di misura accanto al PIL, e la convinzione, mutuata dall’economista Mariana Mazzucato, che i mercati funzionino meglio quando vengono costruiti in partenariato tra imprese, lavoratori e governo. Era un programma di visione economica prima ancora che politico. Tre anni più tardi, quell’idea ha trovato una piattaforma programmatica sulla manovra finanziaria, con tutte le semplificazioni e i compromessi che questo passaggio inevitabilmente comporta.
Ed è qui che entra in scena la replica di Angus Taylor. La proposta sull’indicizzazione ha una forza politica precisa: restituisce al contribuente la sensazione di essere compreso nei suoi bisogni più essenziali. Non si tratta, infatti, di una vacua promessa di progressione verso la ricchezza, ma di qualcosa di più sottile, ovvero la garanzia, almeno per ora dichiarata, che il governo non ti tasserà di nascosto, senza nuove leggi, senza che tu possa accorgertene finché non guardi il conto in banca.
È un linguaggio che parla alla pancia dell’elettorato moderato, quello che non si riconosce né nella demagogia di One Nation né nell’ingegneria sociale laburista. Ma anche la Coalizione ha i suoi nodi irrisolti: una proposta che comporterebbe un costo fiscale di decine di miliardi di dollari nel quadriennio esige coperture credibili, e la vaghezza sulle compensazioni di spesa rischia di trasformare un punto di forza retorico in un tallone d’Achille contabile.
Sullo sfondo, c’è il fenomeno One Nation, che non va più liquidato come rumore di sottofondo. La crescita del consenso verso Pauline Hanson e il suo partito in numerose aree regionali è la spia di un disagio strutturale che attraversa i confini tradizionali del voto: lavoratori delusi da un mercato che non protegge più, piccoli imprenditori schiacciati dalla burocrazia, anziani che vedono erodersi risparmi e certezze, residenti delle aree regionali che si sentono dimenticati. Pauline Hanson offre risposte ‘di pancia’ e reazione identitaria, ma non troppe soluzioni. Ma in certi momenti storici, rabbia e protesta finiscono spesso per prevalere su narrazioni complesse.
Torniamo a Wells. Nella sua storia, gli invasori marziani vengono sconfitti non dall’ingegno umano né dalle forze militari, ma da qualcosa di molto più banale: i batteri terrestri, invisibili e sottovalutati, contro i quali le macchine da guerra extraterrestri non hanno difese.
La conclusione è amara: le grandi battaglie si vincono spesso su piani che i contendenti principali non avevano considerato.
Nel dibattito economico australiano di queste settimane, il batterio potrebbe essere la credibilità. Non la coerenza ideologica, non la pulizia contabile, non la qualità tecnica delle proposte, tutte cose importanti, certo, ma qualcosa di più difficile da misurare: la capacità di far sentire alle persone comuni che chi governa o ambisce a governare comprende davvero bisogni, desideri e ambizioni della loro vita quotidiana.
Su questo terreno, nessuno dei due schieramenti ha ancora vinto la partita. Chalmers è brillante ma percepito come freddo. Taylor è determinato ma ancora in cerca di una voce che convinca chi non vota già liberale per abitudine. Quello che manca, in fondo, non è la sostanza: i dossier e le pagine della manovra finanziaria sono pieni di numeri, proiezioni, analisi. Manca però ancora il coraggio di andare fino in fondo alla propria narrazione.
Dire agli australiani non solo cosa si vuole cambiare, ma a quale costo, con quale sacrificio richiesto, verso quale tipo di Paese. Wells lo sapeva bene: i grandi racconti non funzionano perché sono rassicuranti. Funzionano perché sono onesti e creano connessione con la realtà. La guerra dei mondi in Australia sembra essere appena cominciata. E il cannocchiale, per ora, ce l’hanno in pochi.