Sala piena, giovedì 7 maggio, all’Italian Cultural Centre di Sydney per la presentazione di Quando piove, diluvia (Nativi Digitali Edizioni), il nuovo romanzo dello scrittore e psicologo messinese al Co.As.It, Marco Zangari, da anni residente a Sydney. A condurre la serata Manuela Rispoli, che ha guidato il dialogo con l’autore e introdotto i passaggi del libro. Alle letture l’attore Claudio Paroli, accompagnato dalle musiche originali del compositore Marco Lucchi, scritte appositamente per i brani scelti. Ad aprire la presentazione, “Le nuvole” di De André, un’apertura che ha dato il tono emotivo della serata.

Il romanzo riprende il protagonista del primo libro di Zangari, Latinoaustraliana, ma è una storia a sé stante: Mattia Pascà (un moderno Mattia Pascal pirandelliano, come l’autore stesso ha scherzosamente spiegato per “non farsi denunciare dagli eredi di Pirandello”) torna sulla scena, ma in un’altra fase della vita. Trentenne, ormai stabile a Sydney, vede crollare in pochi mesi le certezze costruite faticosamente: una storia che finisce, un grave problema di salute, e un’estate australiana che cede il passo a un autunno che non somiglia a nessuno degli altri.

I brani letti durante la serata, sei in tutto, scelti per restituire l’arco emotivo del libro, hanno toccato i nodi centrali del romanzo: l’incontro inaspettato con un fantasma del passato camminando per Hunter Street, le notti di George Street viste con occhi diversi, la telefonata a casa dall’ospedale, la scoperta che certi imprevisti, soprattutto quando arrivano da lontano, ridisegnano in modo definitivo il rapporto con i genitori.

In un’intervista concessa al nostro giornale, Zangari ha raccontato che il libro ha attraversato un lungo periodo di gestazione: la prima stesura risale al 2013, l’ultima al 2021. Otto anni, anche se non consecutivi: “Per me scrivere è sempre stato terapeutico, catartico: un modo per trasformare le esperienze difficili in qualcos’altro, e raccontare una storia, è un ottimo modo per gestirle”.

Sugli elementi autobiografici, l’autore è stato chiaro: ci sono, ma non sono la parte più importante. Il romanzo parte da alcune cose realmente accadute, l’episodio dell’ospedale, per esempio, è qualcosa che ha vissuto in prima persona, ma da lì ha costruito una storia, raccogliendo soprattutto le esperienze di persone vicine e rielaborandole nel personaggio di Mattia.

Sull’equilibrio tra ironia e dolore, uno degli aspetti che il pubblico ha apprezzato di più, l’autore ha spiegato di aver voluto un personaggio con molta autoironia, che gli permettesse di “salvarsi sempre in calcio d’angolo, ridere - ha detto Zangari -, non solo smorza il dolore: lo definisce meglio. Un personaggio che ride e che poi, all’improvviso, non ride più, lo senti di più. E quando torna a ridere, fa rumore”.

L’autore ha riconosciuto un tratto che lo accomuna al protagonista del suo romanzo: entrambi hanno un rapporto difficile con l’imprevisto: “Siamo creature di abitudine, vogliamo la routine, e quando qualcosa ci strappa via tendiamo a tornare all’equilibrio di partenza”. Anche se sia Mattia Pascà sia Zangari, il salto in Australia l’hanno fatto: “Per molti italiani l’Australia è stata un imprevisto, qualcosa di non programmato. E proprio l’imprevisto, anche quando ci resistiamo con tutte le forze, è ciò che spesso ci apre una versione di noi che non avremmo mai scoperto altrimenti”.

Gli abbiamo chiesto quale speranza volesse lasciare al lettore alla fine del libro, e Zangari, in una semplicità che forse ci dimentichiamo di vivere nel quotidiano, ha risposto: “C’è sempre un arcobaleno dopo la tempesta”.