C’è un tabù che resiste da sempre nella storia della Coppa del Mondo e che potrebbe essere messo in discussione proprio nel 2026. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il titolo mondiale con un commissario tecnico straniero. Un dato sorprendente se si considera quanto il calcio moderno sia diventato globale e quanto siano frequenti i cambi di nazionalità tra giocatori, dirigenti e allenatori.

Eppure, nonostante numerosi tentativi nel corso dei decenni, nessun tecnico nato all’estero è riuscito a sollevare né la storica Coppa Rimet né l’attuale trofeo FIFA. Un principio che ha resistito al tempo e che sembra confermare il vecchio adagio secondo cui, almeno ai Mondiali, il successo passa ancora da un allenatore del proprio Paese.

In passato qualcuno è andato molto vicino all’impresa. Tra i casi più celebri c’è quello dell’austriaco Ernst Happel, che guidò l’Olanda fino alla finale del 1978. Gli Oranje sfiorarono il titolo contro l’Argentina padrona di casa, arrendendosi soltanto ai supplementari dopo una sfida rimasta nella memoria degli appassionati. Ancora più lontano nel tempo il percorso dell’inglese George Raynor, commissario tecnico della Svezia finalista nel 1958, poi travolta dal Brasile di Pelé.

Oggi, però, lo scenario sembra diverso. E il principale candidato a infrangere questa tradizione porta il nome di Carlo Ancelotti. Per la prima volta nella propria storia il Brasile ha scelto un allenatore straniero per guidare la Seleção, affidandosi all’esperienza e al prestigio del tecnico italiano. Una decisione che ha fatto discutere nel Paese, ma che ha trovato sostegno grazie al carisma e ai risultati costruiti da Ancelotti nel corso della sua carriera.

Se il Brasile sogna di scrivere una pagina inedita della propria storia, meno probabile appare l’impresa di altri due tecnici italiani presenti al torneo. Vincenzo Montella proverà a sorprendere con una Turchia giovane e ricca di qualità, mentre Fabio Cannavaro è chiamato a guidare l’ambizioso Uzbekistan in una delle avventure più affascinanti della sua carriera.

Curiosamente, questo è anche il primo Mondiale senza commissari tecnici brasiliani sulle panchine delle altre nazionali, una presenza che in passato non mancava quasi mai.

Il dato che colpisce maggiormente riguarda però il numero complessivo di allenatori stranieri presenti alla competizione. Sono infatti 26 su 48, ben oltre la metà delle selezioni partecipanti. Un segnale evidente di come il calcio internazionale stia cambiando.

In Sudamerica molte federazioni si sono affidate a tecnici argentini. Paraguay, Ecuador, Uruguay e Colombia hanno scelto allenatori albicelesti, mentre in Europa spiccano casi prestigiosi come il tedesco Thomas Tuchel alla guida dell’Inghilterra, lo spagnolo Roberto Martinez con il Portogallo, l’inglese Graham Potter sulla panchina della Svezia, il francese Rudi Garcia con il Belgio e il tedesco Ralf Rangnick alla guida dell’Austria.

Anche in Africa non mancano esempi significativi. Il Sudafrica si affida all’olandese Hugo Broos, l’Algeria allo svizzero Vladimir Petkovic, il Ghana al portoghese Carlos Queiroz e la Repubblica Democratica del Congo al francese Sebastien Desabre.

Tra le nazioni ospitanti, Stati Uniti e Canada hanno scelto rispettivamente Mauricio Pochettino e Jesse Marsch, mentre numerose selezioni emergenti hanno puntato su tecnici provenienti dall’estero per cercare di colmare il gap con le grandi potenze.

Un Mondiale che si presenta innovativo sotto molti aspetti e che potrebbe diventarlo ancora di più se, per la prima volta nella storia, un commissario tecnico straniero riuscisse a conquistare il trofeo più ambito. I nomi da seguire sono soprattutto due: Carlo Ancelotti e Thomas Tuchel. Il resto lo dirà il campo.