NEW YORK - Argentina si è schierata tra i pochi Paesi contrari a una risoluzione delle Nazioni Unite a sostegno della Corte penale internazionale (Cpi), chiamata a difendere la propria indipendenza di fronte a un crescente clima di pressioni, minacce e sanzioni contro i suoi giudici e procuratori.
Il governo di Javier Milei ha votato contro il documento A/81/L.11, che approva il rapporto sulle attività della Corte nel periodo compreso tra il 1° agosto 2025 e il 31 luglio 2026 e condanna le minacce, gli attacchi e le interferenze nei confronti dell’istituzione e del suo personale.
Il voto argentino si è inserito in una minoranza composta da appena tredici Paesi, tra cui Israele e la Federazione Russa, che hanno dichiarato durante la sessione dell’Assemblea i propri argomenti.
La delegazione argentina rappresentata da Fabián Tropepi non è intervenuta nel dibattito per motivare la propria posizione e non ha fornito spiegazioni pubbliche sulla decisione.
La risoluzione è stata approvata dall’Assemblea generale dell’Onu con 93 voti favorevoli, 13 contrari e 36 astensioni.
Il rapporto annuale della Corte dell’Aia ha denunciato davanti all’Assemblea generale una sfida senza precedenti alla sua indipendenza, determinata dall’intensificarsi delle sanzioni e delle intimidazioni contro i suoi membri. Il funzionamento della giustizia penale internazionale, ha avvertito, è sempre più esposto a pressioni esterne.
Nel documento, la Cpi parla di “un contesto di minacce in evoluzione e in aumento” e richiama in particolare due episodi.
Il primo riguarda il decreto 14203, firmato il 6 febbraio 2025 dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con il quale Washington ha disposto sanzioni contro la Corte penale internazionale.
Alla fine del periodo preso in esame dal rapporto, undici funzionari eletti dell’istituzione, tra cui otto giudici, l’ex procuratore e due procuratori aggiunti, erano stati sottoposti a sanzioni in relazione all’esercizio indipendente dei rispettivi mandati.
Il secondo episodio riguarda la Russia. Il 12 dicembre 2025 è stato annunciato che il Tribunale della città di Mosca aveva condannato in contumacia l’ex procuratore e otto giudici, tra attuali ed ex componenti della Corte, a pene detentive comprese tra tre anni e mezzo e quindici anni.
È su questo sfondo che l’Assemblea generale ha ribadito la necessità di consentire alla Cpi di svolgere le proprie funzioni “senza intimidazioni”.
Il testo invita inoltre tutti gli Stati a collaborare con la Corte nell’arresto e nella consegna delle persone ricercate, nella raccolta delle prove e nell’esecuzione delle sentenze. Viene anche rinnovato l’appello ai Paesi che non hanno ancora aderito allo Statuto di Roma affinché lo facciano senza ulteriori ritardi.
Il dibattito si è svolto nel quadro della relazione istituzionale tra le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale, formalizzata nel 2004 attraverso l’accordo approvato con la risoluzione 58/318. Le due istituzioni, pur operando con mandati e ordinamenti giuridici distinti, hanno definito un quadro di cooperazione e consultazione.
Come ricordato dal presidente dell’Assemblea generale, le Nazioni Unite riconoscono la CPI come un’istituzione giudiziaria indipendente, istituita dallo Statuto di Roma e dotata di un mandato autonomo rispetto a quello dell’organizzazione.
Lo stesso presidente ha però richiamato la natura universale dell’Assemblea, sottolineando che tutti i 193 Stati membri e gli osservatori hanno diritto a partecipare al confronto in condizioni di parità, anche quando le loro posizioni sulla Corte sono profondamente diverse.
Il rappresentante della Federazione Russa ha accusato la Cpi di violare il diritto internazionale e di oltrepassare il proprio mandato. Criticando quelli che ha definito doppi standard, ha richiamato anche le restrizioni sui visti imposte ai diplomatici russi e ha contestato il sostegno delle Nazioni Unite all’istituzione.
“L’Assemblea generale non dovrebbe trasformarsi in un forum al servizio privilegiato della CPI e dei suoi sostenitori”, ha dichiarato, definendo la proposta di risoluzione “distaccata dalla realtà” e invitando gli Stati a respingerla.
Anche Israele ha contestato l’operato della Corte, accusandola di politicizzazione e di aver esteso eccessivamente la propria giurisdizione. Il rappresentante israeliano ha respinto la sua autorità nei confronti del Paese, che non è parte dello Statuto di Roma.
“Alla Corte non è stata attribuita una giurisdizione universale”, ha sostenuto, accusandola di non aver tenuto conto dei meccanismi giudiziari interni israeliani e di aver creato una falsa equivalenza tra i dirigenti israeliani e Hamas.
Il rappresentante brasiliano, unico diplomatico del Sud America a intervenire, che ha riportato il confronto sulla funzione fondamentale della giustizia penale internazionale.
Citando la filosofa Hannah Arendt, ha chiesto: “A che cosa serve un processo? La risposta è semplice: serve a fare giustizia.” Una riflessione che, secondo il diplomatico, deve essere al centro del dibattito sulle attività della Corte e sulle sue prospettive future.
L’obiettivo della giustizia penale internazionale è anche quello di scoraggiare i crimini più gravi previsti dal diritto internazionale e contribuire a una pace duratura. Per questo, ha osservato, è necessario valutare con onestà i risultati raggiunti dalla CPI e individuare le modalità per rafforzarne la capacità d’azione.
“Non possiamo però perdere di vista il suo scopo fondamentale: fare giustizia, combattere l’impunità e offrire sostegno alle vittime, anche attraverso le riparazioni. La giustizia non è un mezzo per raggiungere un fine, ma è essa stessa il fine”, ha affermato.
Il rappresentante brasiliano ha inoltre ricordato il principio di complementarità su cui si fonda il funzionamento della Corte. La Cpi interviene infatti in modo complementare rispetto ai sistemi giudiziari nazionali, ai quali spetta in primo luogo la responsabilità di indagare e perseguire i crimini internazionali più gravi.
“Tutti gli Stati, che siano o meno parti dello Statuto di Roma, hanno la responsabilità di indagare e perseguire i gravi crimini internazionali commessi sul proprio territorio o dai propri cittadini”, ha sottolineato.
A sostegno della risoluzione si sono schierati anche i Paesi membri dell’Unione europea, che hanno ribadito il valore della Cpi nel contrasto all’impunità e nella tutela delle vittime dei crimini internazionali.
Nel proprio intervento, il rappresentante europeo ha definito la Corte un pilastro della lotta internazionale contro l’impunità, sottolineando la sua funzione nel chiamare i responsabili a rispondere dei crimini più gravi e nel garantire giustizia alle vittime.
“La Corte non attacca gli Stati sovrani e non rappresenta una minaccia per la loro sovranità”, ha dichiarato, respingendo le contestazioni che mettono in discussione la legittimità della sua attività.