CANBERRA - La decisione del ministro dell’Ambiente Murray Watt è stata presa nonostante l’opposizione di gruppi aborigeni della regione di Pilbara nel Western Australia e di numerosi attivisti ambientali, che temono gravi conseguenze per il clima e per il patrimonio culturale.

L’approvazione viene corredata da 48 condizioni stringenti, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto ambientale. Tra queste, l’obbligo per Woodside di abbattere fino al 60 per cento le emissioni di gas serra prodotte dall’impianto, nonché nuove misure legali per proteggere le incisioni rupestri di Murujuga, considerate una delle collezioni più antiche e preziose di petroglifi al mondo.

La decisione è stata accolta con profondo disappunto dai custodi tradizionali. Raelene Cooper, portavoce di Murujuga, ha avvertito che l’Australia rischia un’azione legale internazionale oltre alla possibilità di compromettere la candidatura del sito a Patrimonio dell’Umanità. “Ci chiediamo tutti, in Australia e nel Pacifico, che cosa stia facendo questo governo”, ha dichiarato Cooper, sottolineando anche il rischio di incrinare i rapporti con i vicini insulari, già critici verso le politiche di esportazione di combustibili fossili di Canberra.

Le organizzazioni ambientaliste hanno definito l’espansione una “bomba climatica” capace di generare oltre quattro miliardi di tonnellate di emissioni, proprio mentre il governo Albanese spinge per essere co-organizzatore del vertice COP31 insieme alle nazioni del Pacifico. Per i critici, la decisione rappresenta una contraddizione rispetto alla linea ufficiale che punta a ridurre le emissioni e promuovere le energie rinnovabili.

Il governo ha respinto le accuse, sostenendo che la proroga è compatibile con gli impegni climatici e necessaria per sostenere migliaia di posti di lavoro e l’economia regionale. Secondo Watt, le nuove condizioni sono “più specifiche e rigorose” di quelle contenute nell’approvazione preliminare di maggio e permettono un bilanciamento tra sviluppo economico e tutela ambientale.

La sfida per l’esecutivo sarà ora convincere l’opinione pubblica e i partner internazionali che la scelta non mina la credibilità dell’Australia come leader nella transizione energetica.