WASHINGTON - Una presa di posizione dai toni inusuali arriva da tre influenti cardinali statunitensi, che criticano apertamente l’impostazione della politica estera degli Stati Uniti, denunciando una perdita del ruolo morale del Paese nello scenario internazionale.
L’intervento, immediatamente rilanciato anche dal quotidiano della Santa Sede, l’Osservatore romano, porta la firma dell’arcivescovo di Chicago Blaise Cupich, dell’arcivescovo di Washington Robert McElroy e dell’arcivescovo di Newark Joseph William Tobin, tutti presenti al conclave che ha eletto papa Leone XIV.
Torna la centralità della diocesi di Chicago, dov’è nato papa Leone XIV; un pezzo del cattolicesimo Usa che si ispira al cardinale Joseph Bernardin (1928-1996) e alla sua visione globale sui “temi della vita”. E per Bernardin, per esempio, il diritto alla vita è anche il dititto alla vita dei migranti.
Nel testo, i tre porporati richiamano il discorso di inizio anno del Pontefice al corpo diplomatico, nel quale aveva messo in guardia contro il “fervore bellico dilagante” e il ritorno della guerra come strumento ordinario di politica internazionale, a scapito del multilateralismo. Da qui la riflessione sulla fase attuale della politica americana, segnata, secondo i cardinali, da una profonda polarizzazione.
“Gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della Guerra Fredda”, scrivono Cupich, McElroy e Tobin, citando in particolare “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia”, che avrebbero sollevato “questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace”. Il riferimento, ovviamente, è al recente blitz militare a Caracas e alle tensioni legate alle ambizioni della Casa Bianca sull’isola danese.
Secondo i tre cardinali, il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene oggi presentato “in termini fortemente polarizzati”, con il rischio di ridurre la politica estera a uno scontro ideologico. In questo quadro, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel promuovere la libertà religiosa è sotto esame”, mentre la costruzione di una pace giusta e sostenibile viene “ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”.
I porporati lanciano quindi un appello a un cambio di rotta, invitando a “rinunciare alla guerra come strumento per interessi nazionali miopi” e a considerare l’azione militare “solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento normale della politica nazionale”. L’obiettivo indicato è una politica estera che promuova la vita, la libertà religiosa e la dignità umana, anche attraverso strumenti di cooperazione e assistenza economica.
La dichiarazione non reca la firma del presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, Paul Coakley, ricevuto dal presidente Donald Trump lo scorso 12 gennaio, ma segna comunque una presa di distanza significativa di una parte dell’episcopato americano rispetto alle recenti scelte di politica internazionale di Washington.