ROMA - Arriverà giovedì 22 ottobre alle 15 la decisione della Cassazione sul caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov, espulsa dall’Italia nel 2013 insieme alla figlia di sei anni.
I giudici della prima sezione penale, al termine dell’udienza, hanno rinviato la lettura del dispositivo. Dovranno pronunciarsi sui ricorsi relativi alla condanna a quattro anni di reclusione inflitta a cinque funzionari di polizia dalla Corte d’Appello di Firenze, nel novembre 2025.
Il procuratore generale Alessandro Cimmino ha chiesto un nuovo processo d’appello, distinguendo però le posizioni degli imputati in base ai ruoli ricoperti durante l’operazione.
Per l’ex capo della Squadra Mobile di Roma Renato Cortese, presente in aula, e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia, il rappresentante dell’accusa ha sollecitato un nuovo giudizio limitatamente al presunto sequestro di persona della figlia di Shalabayeva.
Secondo la valutazione del procuratore generale, per questi tre imputati non sarebbe stata adeguatamente dimostrata la volontà di concorrere nel reato.
Diversa la posizione dell’ex responsabile dell’Ufficio Immigrazione Maurizio Improta e del funzionario Vincenzo Tramma. Per entrambi, Cimmino ritiene invece sussistente l’elemento soggettivo del reato relativo alla minore e ha chiesto un nuovo appello limitato alla valutazione delle attenuanti generiche, che potrebbero incidere sulla pena.
Per tutti e cinque gli imputati è stato inoltre sollecitato il riconoscimento della prescrizione per il sequestro di persona di Alma Shalabayeva.
La vicenda risale alla notte tra il 28 e il 29 maggio 2013, quando la polizia intervenne in una villa a Casalpalocco, nella periferia sud di Roma, alla ricerca di Ablyazov.
Gli agenti fermarono la moglie Alma e la figlia Alua, alle quali venne contestato il possesso di un passaporto falso e, pochi giorni dopo, madre e figlia furono accompagnate su un aereo diretto in Kazakistan. Il provvedimento di espulsione fu però successivamente revocato il 5 luglio dello stesso anno e le due tornarono in Italia, dove ottennero l’asilo politico.
La vicenda diede origine a un’inchiesta inizialmente aperta dalla Procura di Roma e successivamente trasferita a Perugia per ragioni di competenza.
In primo grado, i cinque funzionari furono condannati a pene comprese tra quattro e cinque anni di reclusione. Nel giugno 2022, però, la Corte d’Appello di Perugia li assolse dall’accusa di sequestro di persona.
La Cassazione annullò successivamente le assoluzioni, disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Firenze. Nel novembre 2025 i giudici fiorentini condannarono tutti e cinque gli imputati a quattro anni, non accogliendo la richiesta di assoluzione avanzata dalla Procura generale.
Ora spetta nuovamente alla Suprema Corte valutare le singole posizioni e stabilire se confermare il verdetto, annullarlo oppure disporre un ulteriore processo d’appello.
La decisione, attesa giovedì pomeriggio, rappresenterà dunque un nuovo passaggio decisivo in una vicenda giudiziaria che prosegue da oltre tredici anni.