LUSSEMBURGO - Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez incassa una cruciale vittoria politica sul fronte europeo. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha stabilito che il diritto dell’Ue non è in contrasto con la legge spagnola sull’amnistia in Catalogna.
Il provvedimento, fortemente voluto nel 2024 dal leader del Psoe per garantire al suo governo il sostegno dei partiti indipendentisti e per normalizzare la situazione in una delle regioni più ricche del Paese (teatro nel 2017 di un referendum separatista giudicato illegale da Madrid) è stato ritenuto pienamente conforme all’ordinamento comunitario.
Nelle sentenze pronunciate in Grande Camera, i giudici di Lussemburgo hanno rilevato che l’adozione e l’applicazione di un provvedimento di clemenza di questo tipo rientrano nella competenza esclusiva degli Stati membri. La legge sull’amnistia, osserva la Corte di Giustizia, è legittima poiché “il suo obiettivo è ridurre le tensioni istituzionali e politiche e facilitare uno scenario di riconciliazione”.
La Corte dei Conti e l’Alta Corte nazionale spagnola avevano sollevato dinanzi ai togati europei una serie di questioni pregiudiziali per valutare la compatibilità della legge del giugno 2024 con il diritto comunitario, in particolare per quanto riguarda i reati commessi durante il processo catalano.
La CGUE ha sciolto i nodi principali sollevati dai magistrati di Madrid, a partire dalla tutela delle finanze europee. La Corte dei Conti aveva infatti paventato il rischio che condonare la responsabilità contabile per le spese del processo indipendentista potesse danneggiare il bilancio comunitario, ma la Corte Ue ha risposto “negativamente” a tale quesito, escludendo questa ipotesi e stabilendo che “gli interessi finanziari dell’Unione non possono essere considerati lesi dalla mera diminuzione del reddito nazionale lordo che potrebbe derivare dalla secessione di una parte del territorio nazionale”.
Inoltre, i giudici europei hanno confermato che la legge sull’amnistia non compromette la direttiva sulla lotta al terrorismo e le norme sulla sicurezza, dal momento che il testo prevede semplicemente, a posteriori, l’assenza di perseguimento penale per i reati commessi nel solo contesto specifico del movimento indipendentista. Restano in ogni caso esclusi dal provvedimento di clemenza gli atti terroristici che abbiano “intenzionalmente” causato “gravi” violazioni dei diritti umani.
Un punto centrale della disputa riguardava l’obbligo imposto ai tribunali spagnoli di decidere sull’applicazione dell’amnistia entro un termine massimo di due mesi, senza esaminare le memorie difensive e le prove a discarico, e senza ascoltare tutte le parti in causa.
La Corte di Giustizia ha confermato la validità di questo termine temporale, sottolineando che non pregiudica il principio di effettiva tutela giurisdizionale in quanto “limitato” alla sola applicazione dell’amnistia e, perciò, incapace di causare “problemi sistemici tali da compromettere il corretto funzionamento del sistema giudiziario nazionale”.
La CGUE ha tuttavia posto un vincolo invalicabile: la legge non deve privare di efficacia lo strumento del rinvio pregiudiziale. Questo accadrebbe se il limite dei due mesi, con la conseguente revoca delle misure cautelari, venisse applicato anche qualora un giudice nazionale avesse sottoposto un quesito alla Corte di Lussemburgo, impedendogli di attenderne la pronuncia.
Se la normativa spagnola producesse un simile effetto, le sue disposizioni andrebbero annullate. Sul punto, il governo spagnolo ha chiarito che il periodo di due mesi può essere effettivamente sospeso in attesa della sentenza della CGUE e che, nel frattempo, le misure cautelari contro gli imputati possono rimanere in vigore.
La decisione della Corte europea spiana la strada alla Corte Costituzionale spagnola, il cui giudizio sarà ora decisivo per stabilire il destino dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont e permetterne l’eventuale rientro in Spagna.
La Corte Suprema spagnola si era infatti rifiutata di applicare l’amnistia a Puigdemont, sostenendo in primo luogo che il reato di appropriazione indebita di fondi pubblici commesso per finanziare il referendum del 1° ottobre avesse messo a repentaglio le finanze europee (tesi oggi smentita dalla CGUE) e in secondo luogo ipotizzando un arricchimento personale del leader separatista per non aver pagato la consultazione di tasca propria. Contro questa decisione, Puigdemont ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale, che dovrà ora pronunciarsi in via definitiva.
Sul fronte interno, il Partido Popular (PP), protagonista di una durissima opposizione alla misura di clemenza, ha reagito con cautela. Fonti del partito hanno espresso al quotidiano catalano La Vanguardia “rispetto assoluto” per la decisione dei giudici di Lussemburgo: “Il Pp non interpreta le sentenze a seconda che gli piacciano o meno”. Dal partito conservatore avvertono comunque che il pronunciamento europeo non chiude la partita, poiché spetta ora ai singoli tribunali spagnoli applicare materialmente la legge caso per caso.