MADRID - Situate nel Nord Africa, le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla rappresentano gli unici confini terrestri che separano l’Unione Europea dal continente africano. Protette da barriere fortificate con filo spinato, telecamere di sorveglianza e torri di guardia, entrambe le città sono nate come avamposti militari e commerciali dei re cattolici per stabilire presidi della cristianità in Africa, in seguito all’espulsione di mori ed ebrei dalla Spagna nel 1492.
Rivendicate dal Marocco, da tempo costituiscono un punto critico nei rapporti diplomatici tra Madrid e Rabat, che insiste sul loro status di territorio integrante della Spagna, e dagli anni ‘90 godono di uno status autonomo simile a quello dei Paesi Baschi e della Catalogna.
Ceuta, ex colonia romana di circa 18 chilometri quadrati e con 84.000 abitanti, si affaccia sullo Stretto di Gibilterra ed è sotto sovranità spagnola dal 1640. Melilla, estesa per circa 200 chilometri quadrati sul versante orientale della costa mediterranea marocchina e controllata dalla Spagna dal 1497, conta una popolazione eterogenea di circa 87.000 residenti (per metà musulmani), a cui si aggiungono migliaia di lavoratori e acquirenti marocchini in transito quotidiano.
La fragilità di queste frontiere è emersa con drammatica evidenza in un giovedì segnato da un afflusso senza precedenti: 20.000 migranti sono entrati massicciamente a Ceuta dal Marocco, secondo i dati del sindacato policial Jupol, dando vita alla peggiore crisi migratoria alla frontiera marocchina dell’intero XXI secolo.
La situazione ha immediatamente travalicato i confini spagnoli, provocando la dura reazione dei leader europei, tra cui la prima ministra italiana Giorgia Meloni, che ha sollevato l’ipotesi di sospendere il trattato di libera circolazione con la Spagna: “Le immagini che arrivano da Ceuta sono impressionanti e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei”, ha scritto la premier su X, aggiungendo che le autorità italiane sono “preparate per intervenire anche con strumenti straordinari per difendere le frontiere e la sicurezza dei cittadini, come la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna”.
Proprio la gestione delle frontiere e le regole di circolazione rendono il sistema particolarmente complesso. L’accordo di Schengen (che permette a oltre 450 milioni di persone di viaggiare senza controlli interni) si applica anche a Ceuta e Melilla, sebbene con norme speciali: chiunque vi entri, regolarmente o meno, non può uscirne liberamente se non dopo specifici controlli, mentre lo Stato spagnolo può autorizzare trasferimenti controllati verso la penisola per ragioni umanitarie o in caso di sovraffollamento dei centri di accoglienza.
Nato nel 1985 come progetto intergovernativo tra Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo ed entrato in vigore nel 1995, lo spazio Schengen è cresciuto fino a diventare la maggiore area di libera circolazione del pianeta, abbracciando oltre 4 milioni di chilometri quadrati. Attualmente vi aderiscono 29 Paesi: 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea (con le sole esclusioni di Cipro e Irlanda) e quattro nazioni dell’ Associazione europea di libero scambio (EFTA), che comprende Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. L’accordo prevede l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne (salvo minacce specifiche) e l’applicazione di criteri armonizzati per le frontiere esterne, oltre a politiche comuni in materia di visti, cooperazione giudiziaria e di polizia in ambito penale.
Sebbene l’Unione Europea e lo spazio Schengen siano due progetti formalmente distinti, con il tempo quest’ultimo è stato integrato nel quadro giuridico comunitario, facendo sì che i confini dell’Ue e dell’area di libero movimento coincidano quasi perfettamente, fatta eccezione per le rare eccezioni di Paesi membri che ne sono fuori e viceversa.
Sul piano normativo, l’eventuale congelamento del trattato non equivale all’uscita di una nazione dall’area di libera circolazione. Il Codice frontiere Schengen prevede infatti la possibilità per un Paese membro di ripristinare temporaneamente le verifiche ai confini interni in presenza di circostanze straordinarie, quali gravi pericoli per l’ordine pubblico o per la sicurezza nazionale, senza per questo disdire l’accordo complessivo. Si tratta di una misura eccezionale, soggetta a precisi limiti di proporzionalità e durata stabiliti dalle norme dell’Unione.
Non si tratterebbe peraltro di un prima volta assoluta, dati i numerosi precedenti registrati negli ultimi anni. La Francia adottò controlli straordinari all’indomani degli attacchi terroristici del 2015, mentre Germania e Austria fecero ricorso allo stesso strumento di tutela durante la crisi migratoria del medesimo anno.
Diversi altri Governi europei hanno poi reintrodotto sbarramenti temporanei per motivi legati alla sicurezza pubblica, al monitoraggio dei flussi o al vertice di grandi eventi internazionali. Tra questi figura la stessa Italia, che dall’ottobre 2023 ha riattivato le ispezioni al confine nord-orientale con la Slovenia, motivando il provvedimento con le esigenze di sicurezza e con la gestione della rotta balcanica. La sospensione dei patti costituisce quindi una parentesi temporanea e mirata, non il tramonto dello spazio di libera circolazione.