MADRID - L’ingresso irregolare di 40 mila migranti nell’enclave spagnola di Ceuta, situata geograficamente in Marocco, si è trasformato in un caso politico continentale. Le immagini dei valichi di frontiera sfondati e delle persone che raggiungono le coste europee a nuoto hanno fatto rapidamente il giro del mondo, offrendo alle forze di destra del continente l’occasione per compattarsi contro quello che considerano l’ultimo leader socialista rimasto alla guida di un governo nell’Unione Europea: il premier spagnolo Pedro Sánchez. 

La reazione dei governi conservatori non si è fatta attendere. L’Italia ha aperto la strada proponendo la sospensione dello spazio Schengen nei confronti della Spagna per impedire i movimenti secondari verso altri Paesi, trovando l’immediato allineamento di Francia, Finlandia e Svezia, pronte a introdurre controlli ai confini più rigorosi. Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (esponente di punta del PPE), ha bollato come “inaccettabili” le immagini giunte da Ceuta, ribadendo un principio chiave: “non possiamo permettere a nessuno di entrare nella nostra Unione senza rispettare le nostre regole”. 

Al centro dello scontro politico c’è la scelta effettuata da Sánchez a inizio anno, quando il premier spagnolo ha annunciato la regolarizzazione di 500 mila migranti già presenti nel Paese. Un’iniziativa percepita come una palese rottura rispetto alla linea tracciata dal recente Patto Migrazione e Asilo approvato dalle istituzioni europee, che punta invece su controlli più stringenti e procedure di rimpatrio accelerate per chi non ha diritto alla protezione.  

Per i conservatori, la mossa di Madrid ha agito da detonatore. Il capogruppo del PPE al Parlamento europeo, Manfred Weber, ha definito la crisi “il risultato del fattore di attrazione della regolarizzazione di massa”. Sulla stessa linea la capogruppo di ESN nella commissione Libertà civili a Bruxelles, Mary Khan, che ha sollevato l’ipotesi di sanzioni comunitarie: “Se la Spagna non è in grado di garantire la frontiera esterna dell’Ue, la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna deve essere sul tavolo. La libertà di movimento funziona solo quando le frontiere esterne sono protette”. 

Il pressing sul governo spagnolo arriva unanime sia dalle istituzioni estere sia dalle opposizioni interne. In patria, il Partito Popolare ha chiesto che il premier riferisca d’urgenza in Parlamento per spiegare “quali misure intende adottare per garantire l’integrità delle frontiere in questa gravissima crisi migratoria”. 

Dall’estero, l’ex primo ministro francese Michel Barnier ha rimarcato che “la Francia non può sopportare le conseguenze delle politiche migratorie dei suoi vicini. Se uno Stato membro prende decisioni che creano un fattore di attrazione per la migrazione irregolare, dobbiamo essere in grado di proteggere immediatamente i nostri confini, in particolare con la Spagna”. In Danimarca, il leader nazional-conservatore Morten Messerschmidt ha parlato di una “catastrofe che rivela l’estrema vulnerabilità del sistema Schengen a causa di un governo profondamente irresponsabile”. 

Dalla Germania, la leader dell’AfD Alice Weidel ha richiamato i fatti del passato affermando sui social che quanto accaduto nel 2015 “non deve ripetersi”, aggiungendo che “la Germania deve prepararsi: le frontiere devono essere protette e i respingimenti attuati con rigore. Se necessario, anche l’area Schengen deve essere sospesa”. 

Per un’ironia della sorte, sarà proprio il territorio di Ceuta a fare da banco di prova per misurare l’efficacia del nuovo quadro normativo dell’Unione e valutare la reale capacità di effettuare i rimpatri dei cittadini marocchini privi di requisiti. La crisi dell’enclave non rappresenta soltanto il terreno su cui le destre europee hanno trovato una sintesi politica, ma si attesta come il primo vero test sul campo per il sistema comunitario di gestione dei flussi: spetterà ora alla Spagna dimostrare se la risposta di Madrid e delle istituzioni europee sarà in grado di reggere l’urto dell’emergenza.