CANBERRA - L’Australia rischia ulteriori dazi statunitensi sulle proprie esportazioni, dopo che la Casa Bianca ha inserito il Paese tra le 60 economie accusate di non contrastare in modo sufficiente la schiavitù moderna nelle catene di fornitura.
La proposta americana prevede un aumento dei dazi temporanei applicati ai beni australiani. La tariffa del 10 per cento imposta a febbraio salirebbe al 12,5 per cento a partire dal 24 luglio. Secondo il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, le politiche australiane sul divieto di importazione di merci prodotte con lavoro forzato sarebbero “irragionevoli” e graverebbero sul commercio statunitense.
Il primo ministro Anthony Albanese ha respinto l’impostazione di Washington, parlando di una “divergenza ideologica” con l’amministrazione americana sui dazi. “Gli Stati Uniti hanno rotto con una valutazione condivisa durata decenni, cioè che i dazi non sono positivi per il Paese che li impone”, ha detto ospite di ABC Radio.
Secondo Albanese, le nuove tariffe sono ingiustificate e finiranno solo per far aumentare i prezzi pagati dai consumatori americani. Il primo ministro ha anche difeso la normativa australiana contro la schiavitù moderna, definendola “solida, completa e di livello mondiale”.
Il ministro del Commercio Don Farrell ha discusso la questione con Greer a margine della riunione ministeriale dell’OCSE a Parigi, sostenendo che la nuova imposta sulle importazioni non abbia basi adeguate.
La misura riguarda anche altri alleati degli Stati Uniti, tra cui Canada, Israele, Giappone, Nuova Zelanda e Unione europea, oltre a rivali strategici come Cina e Russia. Greer ha sostenuto che l’incapacità dei principali partner commerciali americani di far fronte all’importazione di beni prodotti con lavoro forzato “non è accettabile”.
Secondo quanto risulta, carne bovina e oro australiani manterranno le esenzioni già esistenti dai dazi statunitensi. Il resto del commercio resta però esposto a una nuova fase di imposizioni doganali.
L’ex ambasciatore australiano negli Stati Uniti Joe Hockey ha detto di aver discusso personalmente con Donald Trump della sua linea sui dazi, riferendo che il presidente “non si sposta” da quella posizione. Secondo Hockey, Trump è convinto che siano gli stranieri a pagare le tariffe imposte da Washington, mentre in realtà il costo ricadrebbe sui consumatori americani tramite prezzi più alti.