ROMA - L’Italia non riuscirà a uscire in anticipo dalla procedura di infrazione europea sul deficit, dopo che i dati Eurostat hanno certificato un rapporto deficit/Pil al 3,1%. Un valore di poco superiore alla soglia del 3% prevista dalle regole Ue, ma sufficiente a rinviare almeno al 2027 la possibile chiusura della procedura e a riaccendere il confronto politico interno sui conti pubblici.
Il dato rappresenta comunque un miglioramento significativo rispetto agli anni precedenti, ma non abbastanza da consentire al Paese di centrare un obiettivo considerato cruciale sia sul piano economico sia su quello politico.
Restare sopra la soglia del 3% significa infatti continuare a essere soggetti ai vincoli della procedura di infrazione, con conseguenze dirette sulla capacità dello Stato di programmare nuove misure di spesa.
La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato con forza i risultati ottenuti dal suo esecutivo sul fronte del risanamento dei conti pubblici. Secondo Meloni, il rapporto deficit/Pil è passato dall’8,1% registrato nel 2022 al 3,1% attuale, segnando una riduzione di cinque punti percentuali in poco più di due anni. Un risultato che la Presidente del Consiglio ha definito “considerato da molti irraggiungibile” e che risulta anche migliore rispetto alle previsioni iniziali del governo, ferme al 3,3% per il 2025.
Nonostante questo, da parte di Giorgia Meloni c’è il rammarico per il mancato raggiungimento della soglia del 3%, sottolineando come il superamento, anche minimo, di questo limite abbia impedito all’Italia di uscire dalla procedura con un anno di anticipo. Un’eventualità che, nelle intenzioni del governo, avrebbe consentito di liberare risorse da destinare a settori chiave come sanità, istruzione e sostegno ai redditi più bassi.
Nella ricostruzione fornita dal Capo di governo, a pesare in modo determinante sul mancato risultato sarebbe stato il costo del Superbonus edilizio, introdotto durante il governo Conte II. La misura, secondo la premier, continua a gravare sulle finanze pubbliche anche negli anni successivi alla sua introduzione. “Anche prendendo per buone le attuali stime Istat, saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit” senza questo onere, ha sostenuto, attribuendo al provvedimento la responsabilità di aver sottratto margini di spesa utili per politiche sociali ed economiche.
Le parole di Giorgia Meloni hanno immediatamente provocato la reazione delle opposizioni, aprendo un confronto politico particolarmente acceso.
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, colui che ha fortemente caldeggiato l’iniziativa del Superbonus quando era a Palazzo Chigi, ha respinto le accuse, sostenendo che il governo stia cercando una giustificazione a una gestione economica giudicata insufficiente. In una replica diretta, Conte ha contestato la narrazione dell’esecutivo, ricordando come alcune delle forze oggi al governo abbiano in passato sostenuto o contribuito all’estensione del Superbonus.
Secondo l’ex Presidente del Consiglio, il problema non risiederebbe tanto nell’eredità delle misure precedenti quanto nella mancanza di una strategia economica complessiva da parte dell’attuale maggioranza. Conte ha inoltre richiamato l’attenzione sull’utilizzo delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sostenendo che il governo non sarebbe riuscito a tradurre in interventi concreti i 209 miliardi disponibili.
Critiche altrettanto nette arrivano dal Partito democratico. La segretaria Elly Schlein ha definito i dati sui conti pubblici una “certificazione del fallimento delle politiche economiche” del governo, indicando una serie di elementi che, a suo giudizio, contribuiscono a delineare un quadro negativo.
Tra questi, il calo della produzione industriale per tre anni consecutivi, l’assenza di una politica industriale strutturata, l’elevata pressione fiscale e i tagli ai servizi essenziali come sanità, trasporti e scuola.
Schlein ha sottolineato come il mancato raggiungimento della soglia del 3% comporti conseguenze concrete per il Paese, a partire dalla perdita di quei margini di flessibilità su cui il governo aveva fatto affidamento. In questo contesto, ha aggiunto, il contributo delle risorse del Pnrr risulta determinante per sostenere l’economia e prevenire un possibile peggioramento del quadro macroeconomico.
Oltre allo scontro politico, il tema dei conti pubblici italiani si inserisce in un contesto europeo più ampio, segnato da sfide comuni e da differenze significative tra gli Stati membri.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha evidenziato la necessità di un intervento a livello europeo sul debito, sottolineando come l’elevato indebitamento limiti la capacità dell’Italia di sostenere il proprio sistema produttivo. In particolare, Orsini ha messo a confronto la situazione italiana con quella di altri Paesi, come la Germania, che dispongono di maggiori margini fiscali per intervenire a sostegno delle imprese, ad esempio nel settore energetico.
Secondo il presidente degli industriali, in una fase economica complessa non si può fare affidamento esclusivamente sugli aiuti di Stato, proprio a causa dei vincoli imposti dal debito. Da qui l’invito a un’azione coordinata a livello europeo, che tenga conto delle diverse condizioni di partenza dei Paesi membri e della necessità di garantire competitività all’intero sistema industriale europeo.
Il confronto sulla procedura di infrazione e sui conti pubblici si intreccia così con un dibattito più ampio sulle politiche economiche, sulle priorità di spesa e sul ruolo dell’Europa nel sostenere la crescita.
La mancata uscita anticipata dalla procedura di infrazione conferma quindi la fragilità dell’equilibrio raggiunto nei conti pubblici italiani e mantiene aperto il confronto tra governo e opposizioni sulle responsabilità e sulle strategie future. Nei prossimi mesi, la sfida sarà quella di rispettare i vincoli europei senza compromettere il sostegno all’economia reale, in un contesto segnato da risorse limitate, esigenze sociali crescenti e posizioni politiche ancora profondamente divergenti.