Fino a pochi mesi fa Anthony Albanese poteva osservare il panorama politico australiano da una posizione difficilmente immaginabile all’inizio del suo primo mandato. La vittoria elettorale del 2025 aveva consegnato al Partito laburista 94 seggi alla Camera, una maggioranza enorme, mentre la Coalizione usciva dalle urne profondamente ridimensionata e alle prese con una crisi politica e identitaria che non è ancora riuscita a risolvere. Quella maggioranza resta intatta. Nessuno, all’interno del Partito laburista, mette seriamente in discussione la leadership del Primo ministro e già si ragiona sulla futura composizione del governo e sulla generazione destinata a prendere il posto di alcuni dei ministri più esperti.
Da mesi i sondaggi segnalano l’erosione del voto primario laburista, senza che la Coalizione riesca a intercettarlo. Il principale beneficiario è One Nation, arrivato nelle rilevazioni più recenti fino al 30 per cento delle preferenze primarie, davanti ai laburisti e con un margine ormai molto ampio sulla Coalizione.
La suppletiva di Secret Harbour, in Western Australia, ha aggiunto un elemento concreto a una tendenza che fino a quel momento poteva essere osservata prevalentemente attraverso i sondaggi. Una consultazione statale conserva dinamiche locali e non può essere automaticamente proiettata sul voto federale. Il successo di One Nation ha comunque dimostrato la disponibilità di una parte dell’elettorato a trasformare il malcontento in voto.
Il sistema politico australiano sta diventando più frammentato. Il voto perso da uno dei due grandi schieramenti non si muove più necessariamente verso l’altro. Una quota crescente cerca rappresentanza altrove e One Nation, almeno in questa fase, riesce a raccogliere consensi tanto nell’elettorato conservatore quanto in settori sociali che storicamente hanno guardato al Partito laburista.
Le ragioni economiche hanno un peso decisivo. Due elettori di One Nation su tre affermano che la situazione finanziaria della propria famiglia è peggiorata negli ultimi anni e il 77 per cento ritiene che un governo guidato da Pauline Hanson sarebbe capace di affrontare efficacemente la crisi del costo della vita.
Il valore politico di questi numeri prescinde dalla fondatezza delle soluzioni proposte da One Nation. Raccontano soprattutto la perdita di fiducia di persone che non riconoscono nella propria esperienza quotidiana i progressi descritti attraverso gli indicatori economici.
Bill Kelty, protagonista della stagione delle grandi riforme economiche dei governi Hawke e Keating, ha espresso nei giorni scorsi, sulle colonne de The Age, una critica particolarmente significativa proprio perché proviene da una figura storica del movimento laburista. Se i salari reali diminuiscono e una famiglia continua ad avere difficoltà a pagare mutuo, affitto e bollette, spiegare che è cresciuta la quota dei lavoratori sul Pil rischia di apparire distante dalla realtà vissuta.
La questione riguarda, lo ripetiamo da sempre, direttamente il rapporto tra ciò che il governo racconta e quello che i cittadini percepiscono nel loro quotidiano. Albanese ha compreso da tempo il peso politico del costo della vita. Il governo ha risposto con tagli fiscali, interventi sui salari, maggiori sostegni per sanità e childcare e misure sul mercato immobiliare. Gli effetti di queste politiche vengono però continuamente erosi dall’inflazione e dai tassi d’interesse. E le condizioni internazionali stanno rendendo il compito ancora più difficile.
Il costo del debito pubblico è aumentato in Australia e nelle principali economie occidentali. A questo si aggiungono petrolio sopra i 100 dollari americani al barile, inflazione persistente e una competizione sempre maggiore per i capitali.
Il governo australiano ha margini limitati per intervenire su dinamiche globali di questa portata. Ha invece piena responsabilità sulle scelte che possono incidere sulla capacità del Paese di produrre ricchezza nel medio e lungo periodo.
La produttività è diventata per questo il tema che lega molte delle critiche rivolte all’attuale politica economica, anche quando arrivano da posizioni molto diverse.
Kevin Rudd ha chiesto nei giorni scorsi un cambio di passo radicale, sostenendo che l’Australia non possa affrontare le trasformazioni tecnologiche e geopolitiche dei prossimi anni attraverso una successione di interventi marginali. L’ex Primo ministro propone una politica industriale molto più ambiziosa nei settori strategici, dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dai minerali critici alla difesa.
Da ambienti economici e politici differenti arrivano richieste di ridurre regolamentazione e costi, rilanciare gli investimenti, affrontare il problema energetico e rendere più semplice costruire abitazioni e infrastrutture. Il punto di convergenza riguarda la capacità dell’Australia di continuare a generare una prosperità sufficiente a sostenere gli standard di vita costruiti negli ultimi decenni.
È anche su questo terreno che One Nation, se davvero ambisce ad assumere una qualche forma di responsabilità di governo, dovrà dimostrare la propria consistenza. La crescita nei sondaggi comporta un livello di scrutinio molto diverso da quello riservato a una forza prevalentemente di protesta. La selezione dei candidati, la sostenibilità delle proposte economiche e la disciplina interna assumono un peso maggiore. Le tensioni emerse nello scontro con Andrew Hastie hanno già mostrato alcuni dei limiti di una formazione cresciuta molto rapidamente.
La polemica delle scorse ore sulle parole di Pauline Hanson nei confronti della madre di Albanese introduce un ulteriore elemento. Hanson aveva criticato il fatto che la madre del Primo ministro avesse vissuto per decenni in un alloggio pubblico. Il Primo ministro ha reagito con evidente emozione, ricordando una donna che soffriva di una grave forma di artrite reumatoide, dipendeva insieme al figlio da una pensione di invalidità e lo aveva cresciuto da sola. Albanese ha rivendicato con orgoglio le proprie origini. Anche lo stesso Hastie ha condannato l’intervento di Hanson, sostenendo che le madri debbano essere lasciate fuori dal confronto politico.
Per One Nation episodi di questo tipo rappresentano un rischio evidente. Il linguaggio diretto e la capacità di intercettare rabbia e disillusione sono parte del suo successo. La possibilità di diventare una forza capace di condizionare stabilmente la politica nazionale richiede però credibilità, disciplina e una struttura all’altezza del consenso che i sondaggi le attribuiscono.
Al netto delle legittime repliche ad attacchi sul piano personale, Albanese non dovrebbe comunque affidare la propria prospettiva politica agli errori di Hanson o alla perdurante debolezza della Coalizione.
Il Partito laburista dispone di 94 seggi, governa senza minacce parlamentari immediate e resta favorito per le prossime elezioni. Dietro questa solidità istituzionale si è però aperta una frattura con una parte dell’elettorato che merita molta più attenzione dei numeri della maggioranza.
Sono australiani che lavorano, pagano tasse, hanno un mutuo oppure cercano una casa, crescono figli e tentano di risparmiare. Molti hanno la sensazione di fare tutto ciò che per generazioni è stato considerato sufficiente per costruire una vita economicamente sicura, senza riuscire più a ottenere lo stesso risultato.
Il futuro politico del Paese dipenderà in larga misura dalla risposta a questo malessere. I laburisti al governo dovranno dimostrare che la crescita economica può tornare a tradursi in miglioramento delle condizioni materiali. La Coalizione ha un compito arduo, per convincere di avere ancora una funzione politica riconoscibile. One Nation, invece, dovrà trasformare consenso e protesta in una proposta credibile di governo. Per tutti, il tempo delle spiegazioni sta progressivamente lasciando spazio a quello delle risposte.